Gli italiani residenti all’estero sono una popolazione nascosta, sfuggente, difficile da definire quantitativamente e qualitativamente. Secondo i dati forniti dall’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), la comunità dei migranti italiani in Europa è la terza più popolosa, dopo la rumena e la polacca, con un totale di 1,3 milioni di unità. Nel mondo saremmo circa 4 milioni. Eppure, anche i dati ufficiali rappresentano un’enorme sottostima rispetto alle cifre reali. Esiste una numerosa popolazione di italiani, soprattutto giovani e altamente istruiti, stabilmente domiciliati al di fuori dei confini nazionali che né il Ministero degli Esteri né le organizzazioni internazionali riescono a censire.
Se fai parte di questa comunità in costante aumento, o hai intenzione di farlo, raccontaci la tua storia, i motivi che ti hanno spinto all’espatrio, i luoghi in cui hai vissuto, le ragioni per cui hai deciso di rimanere o le motivazioni grazie alle quali faresti possibilmente ritorno in Italia. Dal confronto con altre esperienze possiamo iniziare a capire chi e dove stanno veramente gli Italiani Residenti all’Estero.
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Qui di seguito trovi le storie già inserite da chi, come te, “vive altrove”.
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27 agosto 2012 |
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Perché sono finito in Messico?
Prima del Messico, da laureato in scienze forestali e ambientali, svolgevo un lavoro, definiamolo, multi task.
Ero stato assunto presso una piccola associazione di volontariato di Verona che si proponeva di valorizzare alcuni parchi pubblici con l’ausilio di squadre di volontari.
Ero l’unico stipendiato e quindi responsabile di tutto: dalla contabilità, alla gestione dei progetti, dall’organizzazione delle squadre di volontari, alla manutenzione delle macchine.
Quel lavoro mi piaceva molto; mi dava opportunità di conoscere persone interessanti, lavorare all’aria aperta e fare progetti.
Quando mi comunicarono che la convenzione con il comune sarebbe stata dimezzata e di conseguenza anche il mio stipendio capii che si stava chiudendo un capitolo.
Dove andare?
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25 giugno 2012 |
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Mia piccola e indifesa Italia,
nella mia vita ho sempre sperato che questo momento non arrivasse mai, invece, eccomi qua: a chiederti il conto finale, a saldare i debiti che abbiamo l’uno verso l’altra. Chi sono? Uno dei tuoi giovanissimi umili figli, uno dei tuoi poveri servi, potrei dire, senza un centesimo, senza una speranza, senza un desiderio, in procinto di impugnare una valigia e andarmene altrove, dove le terre producono a sufficienza per tutti. Mai come ora compari ai miei occhi in tutta la tua realtà: sola, deturpata, deflorata. Il tuo seno cadente e avvizzito non elargisce più benefico latte alla tua atavica stirpe, nutrimento dell’insaziabile spirito. La tua bocca è satura di veleno per lasciarmi con parole dolci e benedire il mio capo gemente. Le tue mani sono troppo insozzate di fango per blandire e lenire il mio tremore. Lo so, infatti non mi aspetto nulla da te: nutrirei ancora una speranza, se così fosse. Tra meno di un mese parto, come hanno fatto tanti tuo figli; fuggo le mie terre natali per cercare fortuna, e ovviamente resti impassibile, incurante e indifferente a tutto questo, come una beata vergine.
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8 giugno 2012 |
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La prima volta che giunsi a Birmingham faceva molto freddo. L’inverno bussava alle porte e scesi dall’aereo con un solo bagaglio a mano, un gruzzoletto in tasca da difendere finché non avessi trovato un lavoro (avevo cominciato fin dalla prenotazione, scegliendo il più economico fra i
voli economici).
L’ospitalità me l’avrebbe data il buon Marco, che viveva lì già da una paio d’anni. Il giorno dopo già indossai la giacca e la cravatta per andare a presentare la mia candidatura presso aziende e ditte, con tanto di documenti attestanti i miei studi in chimica.
Sono passati tre anni da quel freddo giorno. Ora scrivo al pc del mio studio nel mio appartamento, un trilocale senza troppe pretese ma non lontano dal centro. Pago l’affitto col mio stipendio di addetto al laboratorio per una fabbrica che produce e che studia nuove materie plastiche il più possibile biodegradabili.
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11 aprile 2012 |
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Ho perso il conto…
di quanti km oramai io abbia percorso con diversi tipi di mezzi, di lavoro o personali,
di qualte volte ho preso l’aereo fino ad adesso, di quanta gente abbia incontrato.
L’unica cosa di cui son certo è che da 17 anni fino ad ora (quasi 28) è sempre stato per lavoro e per portare a casa la cosiddetta “pagnotta”.
Son programmatore di robot antropomorfi nel campo automazione industriale (in parole povere programmo i robot che assemblano le vetture delle varie marche automobilistiche nelle catene di montaggio), prima sotto le dipendenze di differenti ditte e, da sei anni, in partita iva.
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20 ottobre 2010 alle 11:17
[...] Scrivete e diffondete le vostre “storie di fuga” su REPUBBLICA, oppure direttamente sul blog di Claudia Cucchiarato, VIVO ALTROVE [...]
20 ottobre 2010 alle 11:22
[...] Scrivete e diffondete le vostre “storie di fuga” su Repubblica, oppure direttamente sul blog di Claudia Cucchiarato, Vivo Altrove [...]
13 giugno 2011 alle 09:40
[...] proposito: su vivoaltrove.it ci sono altre storie di emigranti du rìe cu’i cioi ‘nt’i euggi. Tanto per dare [...]