il fenomeno

Dall’introduzione di Vivo altrove:

Tutte le storie che si trovano in questo libro potrebbe raccontarle una mappa. Quella dell’Europa unita. Ma anche quella delle rotte aeree, ferroviarie, marittime. Le rotte che in tanti hanno seguito nei secoli scorsi. E che continuano a seguire, oggi, i nostrani viaggiatori inquieti, eredi della diaspora del Novecento. Questo libro parla di loro. Di giovani italiani in viaggio, con una mappa in tasca. Non di cervelli in fuga. Non solo e non necessariamente. Parla di persone, spesso laureate, che prendono un volo low-cost, una nave o un treno e oltrepassano i confini del nostro paese con poche cose nello zaino e molte aspettative in testa. Non hanno la valigia di cartone, sono ben diversi dai protagonisti del “grande esodo” a cavallo tra Ottocento e Novecento, e non vedono l’espatrio come un obbligo. È una scelta. Scelgono coscientemente, puntando il dito sulla cartina, di andare altrove. E poiché la loro è una rotta incerta, molto spesso casuale, si è deciso di seguirli secondo un ordine spaziale, più che causale. Li ritroverete come in una mappa, sparpagliati e in continuo movimento tra i quattro angoli di un continente dai confini fluidi. Nomadi in uno “spazio globale” la cui progressiva interconnessione erode i concetti stessi di frontiera, stato o territorio nazionale.L’Italia è uno degli stati occidentali più colpiti dall’esodo dei giovani talenti. Si dice colpito, non beneficiato, perché esporta in dosi massicce e importa in misura infinitamente inferiore. Secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti diffuso a maggio del 2009, l’Italia è la nazione europea che meno attrae i laureati stranieri. Solo lo 0,7% dei 20 milioni di “talenti” che migrano tra i paesi dell’OCSE decide di venire a cercare lavoro qui.
[...] Sono cervelli in fuga, ma non solo. Sono i “neo-migranti”, gente che parte “per dimenticare”, per lasciarsi alle spalle un paese che sta stretto, che non piace. Gente che vorrebbe cambiare l’Italia, ma non sa come fare e non sa se potrà farlo in futuro. E quindi cambia paese, se ne va, alla ricerca di maggiori stimoli o di un’alternativa.


Un riflessione sul concetto di “dispatrio”, di Alessandro Mistrorigo, professore universitario a Londra, tra i protagonisti di Vivo altrove:

Vivo altrove: tra dispatrio e dislocamento

In Vivo altrove si raccolgono le testimonianze di molti giovani italiani che negli ultimi anni hanno deciso di andare a vivere all’estero cercando di raccontare un fenomeno che esiste già da qualche anno. Io stesso sono uno di quei molti “emigranti” che hanno condiviso con Claudia Cucchiarato la loro esperienza riguardo alla vita fuori dal nostro paese. Ma non è per raccontare di me che ho deciso di scrivere queste righe; piuttosto per proporre uno spunto e magari aprire una discussione su questo fenomeno di cui siamo parte spesso inconsapevolmente. Le mie sono alcune idee che ho già espresso a Claudia in altre occasioni. Spero davvero che possano essere utili come strumento per pensare e pensarci.

Vorrei partire da una citazione da Il dispatrio (Rizzoli, 1993) di Luigi Meneghello dove si legge: «In Italia le cose si erano messe male. Si veniva instaurando un regime che consideravo nefasto, e il panorama culturale mi sembrava particolarmente deprimente. Si sentiva nell’aria l’arretratezza della nostra cultura tradizionale, comune matrice degli indirizzi più palesemente retrivi a cui si appoggiava il nuovo regime, e di quelli velleitari e in parte spuri che cercavano di contrastarlo. E lì in mezzo si distingueva appena il nucleo striminzito delle idee e delle cose che approvavo: parzialmente santo ai miei occhi, ma striminzito. Ero convinto invece che “fuori” ci fosse un mondo migliore, migliore non solo di qualche grado, ma incomparabilmente. E la chiave era la cultura dell’Europa moderna […]»

In realtà, queste parole, scritte ormai diciassette anni fa, non mi interessano per le ragioni specifiche che una persona può avere in un particolare momento storico per decidere di lasciare il proprio paese. Le ragioni possono essere sempre diverse oppure non cambiare mai. Quello che mi sembra invece interessante è la percezione del “fuori” nel ricordo di un uomo, di un intellettuale, che aveva vissuto e lavorato più di trenta anni lontano dal paese di origine. Il ricordo è quello dell’Italia del dopoguerra. Il paese, quello che il giovane Meneghello aveva lasciato molti anni prima convinto che “fuori” ci fosse un mondo incomparabilmente migliore. Oggi sembra che la storia si ripeta e che siano molti i giovani italiani che potrebbero in qualche modo ritrovarsi in quelle stesse parole.

Rileggendo quel libretto costruito a partire dai ricordi di una vita vissuta altrove, è davvero difficile non pensare alla condizione di quelli che in questi anni stanno vivendo “fuori”, all’estero, da emigranti. In un vero e proprio dispatrio, spesso non riconosciuto né propriamente definibile a causa della facilità degli spostamenti e la fluidità dei confini dell’Europa contemporanea. A questo punto è utile ricordare che, anche se non esplicitamente, Meneghello ha sempre pudicamente differenziato la sua condizione di “dispatriato” da quella più problematica che deriva dall’esilio. Forse, come era sua abitudine, per non prendersi troppo sul serio. O forse perché il termine indica qualcosa di profondamente diverso: quel dis suggerisce un’idea di “altro”, di separato, che il termine “esilio” identifica subito in un luogo ben preciso, quel suo ex, il “fuori”.

Nel senso propriamente meneghelliano, allora, il dispatrio sarebbe quello di chi sta “fuori” ed è sempre presente a questa sua condizione, la vede e la sente continuamente al di fuori di sé, nei luoghi e nella lingua, nel suo vivere quotidiano, in quel senso profondo di dislocamento che è prima di tutto un fatto fisico e poi anche più ampiamente culturale. Questo è ciò che traspare in Vivo altrove. Eppure questa visione potrebbe essere parziale. Uno sguardo che si dirige solamente al “fuori”, infatti, è incompleto: ogni prospettiva che va verso l’esterno implica sempre un punto di fuga interno e quindi anche un “dentro”, spesso invisibile. D’altro canto, uno sguardo che tenesse conto di entrambe le direzioni segnalerebbe anche un dislocamento interno, o interiore. Sto pensando alla condizione di chi non si riconosce in ciò che vede e sente al di fuori di sé nonostante viva dentro un luogo già familiare: la condizione di chi è lontano o dispatriato da “dentro”.

Il mio è senza dubbio uno sguardo strabico che suggerisce l’idea che si possa vivere da dispatriati in varie situazioni differenti, non solo nel migliore dei “fuori” possibili. Non solo: sovrapponendo le inquadrature, questo strabismo crea l’immagine di una condizione indipendente da dove sia l’origine e la meta del nostro viaggio; indipendente dal luogo delle nostre origini, dalla nostra stessa casa. Un sentire che esiste anche quando siamo nel nostro paese. La strana sensazione di non sentirsi mai là dove si è. Una condizione che forse nasce dalla sovrapposizione di nostalgia e nausea. Non so. So però che queste considerazioni potrebbero portare a pensare a questo dispatrio come a una condizione più generale, non solo di quelli che se ne sono andati, ma anche di coloro che sono rientrati e forse addirittura di qualcuno che non è mai partito.

1 commento a “il fenomeno”

  1. La peggio gioventù vol.3, intervista a Claudia Cucchiarato – M I X T A P E
    6 giugno 2011 alle 12:35

    [...] Cucchiarato, scrittrice e giornalista italiana che oggi vive a Barcellona. Nel 2010 pubblica Vivo altrove (Mondadori)  antologia in 16 capitoli che raccoglie storie di giovani emigranti italiani, tra [...]

Studiare in Inghilterra

Pubblicato il: | 22 settembre 2011 | 2 commenti |

Mi chiamo Costanza, sono nata nel 1994 e studio in una scuola di musica nel sud-ovest dell’Inghilterra, la Wells Cathedral School nel Somerset.

Vorrei raccontarvi la mia storia. La mia non è una fuga dall’Italia, ma piuttosto una scelta di studio e di vita, della quale non mi sono ancora pentita e della quale non penso mi pentirò mai.

Da quando avevo nove anni, la musica è sempre stata  tutta la mia vita. Suono la chitarra classica, il clarinetto e compongo. Ho incominciato molto presto a fare concerti e concorsi; ore e ore di studio sul mio strumento passavano ininterrotte. Progredivo velocemente e ottenevo buoni risultati per una persona della mia età.

Leggi tutto »

dopotutto

Pubblicato il: | 26 aprile 2011 | 1 commento |

Un altro avverbio, ci piacciono molto, in fin dei conti, a noi che viviamo altrove. Ed ecco che, quando meno te lo aspetti, nasce un’iniziativa degna di essere seguita e diffusa, un’altra delle tante di cui sentiamo parlare e che ci piace segnalare.
È nata a Londra (“a Londra, in fondo, sì, ma non soltanto”, si legge nel sito che la descrive) ad opera di un gruppo di poeti, italiani, giovani, almeno nello spirito. Il titolo è dopotutto, appunto, e si propone di raggruppare persone cha abbiano voglia di tirar fuori la propria vena poetica e di metterla in circolazione, persone che vogliano condividere i propri versi con un pubblico composto, si spera, non solo da italiani dispatriati a Londra.
Il primo appuntamento è il 2 luglio al The Poetry Café di Covent Garden. Ma molto prima di tutto questo l’appuntamento è sul sito, dove ci si può mettere in contatto con gli ideatori dell’iniziativa e dove si possono già leggere alcuni versi significativi, come questo:

A minha pátria é a língua portuguesa

Fernando Pessoa

…la nostra, è quella italiana. O quello che di essa ci resta in questo dispatrio. Lontani, o comunque da un’altra parte.

Da qui un sincero in bocca al lupo!

E qui il sito e la pagina su Facebook:

http://dopotuttonet.wordpress.com/

http://www.facebook.com/dopotutto

Fuga: quanto mi costi?

Pubblicato il: | 14 marzo 2011 | Nessun commento |

Eravamo rimasti ai dati diffusi all’inizio dell’anno da una ricerca di Confimprese e dal Sole 24 Ore, che parlavano di un costo pari a 6 miliardi di dollari per tutti i laureati che ogni anno lasciano l’Italia. Altri dati diffusi qualche settimana fa dall’Istituto per la Competitività (Icom) e ripresi in questi giorni dalla Stampa parlano di altri 200 milioni di euro annuali persi tra il 2000 e il 2009 in brevetti depositati all’estero da scienziati italiani.

Se ne parla quindi ancora ma non se ne parla ancora abbastanza?

È o no un’emergenza?

FIRMA IL MANIFESTO DEGLI ESPATRIATI!

Pubblicato il: | 20 dicembre 2010 | 26 commenti |

I blog “La Fuga dei Talenti” e “Vivo altrove” lanciano un’iniziativa senza precedenti: un “Manifesto degli Espatriati“, che condensa in dieci punti i motivi che stanno portando -e hanno portato- centinaia di migliaia di giovani qualificati e ad alto potenziale a lasciare il Paese.
Il “Manifesto”, aperto alla sottoscrizione di tutti coloro che vivono all’estero, resterà online nei prossimi mesi per le vostre sottoscrizioni, prima di essere inviato a: Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Presidenze di Camera e Senato, Ministero della Gioventù, nonché alle principali testate giornalistiche nazionali.

Lo slogan è:
Firma anche tu: Impegnati a rendere l’Italia “un Paese per Giovani”!

CLICCA QUI PER COLLEGARTI AL BLOG UFFICIALE DEL MANIFESTO
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