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	<title>Vivo altrove</title>
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	<description>Giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi</description>
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		<title>Poesia italiana a Madrid</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 18:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>claudia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il fenomeno]]></category>
		<category><![CDATA[Presentazioni]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci chiedono di dare diffusione a questo evento e lo facciamo volentieri: poeti italiani di Spagna, fatevi avanti! Il 2 giugno 2012, dopotutto [d&#124;t] organizza una lettura di poesia in collaborazione con Italiana_madrid allo scopo di dare visibilità agli autori italiani che risiedono nella penisola iberica. Chiunque volesse partecipare alla serata, è invitato a mandare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Ci chiedono di dare diffusione a questo evento e lo facciamo volentieri:<br />
poeti italiani di Spagna, fatevi avanti!<br />
</strong><br />
Il<strong> <strong>2 giugno 2012</strong></strong>,<strong> dopotutto [d|t]</strong><strong> </strong>organizza una lettura di poesia in collaborazione con <a href="http://es-es.facebook.com/pages/Italiana_madrid/176820085664941">Italiana_madrid</a> allo scopo di dare visibilità agli autori italiani che risiedono nella penisola iberica.</p>
<p style="text-align: center;">Chiunque volesse  partecipare alla serata, è invitato a mandare una mail con in allegato  una selezione di propri testi poetici (min. 5 max. 10 in versione .doc o  .pdf) e una breve nota bio-bibliografica per valutazione, entro il 5  maggio 2012, all’indirizzo:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>info.dopotutto@gmail.com</strong></p>
<p style="text-align: center;">Tutte le informazioni qui:</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://http://dopotuttonet.wordpress.com/" target="_blank">http://dopotuttonet.wordpress.com/</a></p>
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		<title>Siamo come il prezzemolo&#8230; la storia di Roberto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 07:25:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ombra</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le vostre storie]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[vivo altrove]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho perso il conto&#8230; di quanti km oramai io abbia percorso con diversi tipi di mezzi, di lavoro o personali, di qualte volte ho preso l&#8217;aereo fino ad adesso, di quanta gente abbia incontrato. L&#8217;unica cosa di cui son certo è che da 17 anni fino ad ora (quasi 28) è sempre stato per lavoro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho perso il conto&#8230;<br />
di quanti km oramai io abbia percorso con diversi tipi di mezzi, di lavoro o personali,<br />
di qualte volte ho preso l&#8217;aereo fino ad adesso, di quanta gente abbia incontrato.<br />
L&#8217;unica cosa di cui son certo è che da 17 anni fino ad ora (quasi 28) è sempre stato per lavoro e per portare a casa la cosiddetta &#8220;pagnotta&#8221;.<br />
Son programmatore di robot antropomorfi nel campo automazione industriale (in parole povere programmo i robot che assemblano le vetture delle varie marche automobilistiche nelle catene di montaggio), prima sotto le dipendenze di differenti ditte e, da sei anni, in partita iva.</p>
<p><span id="more-1839"></span></p>
<p>Il lavoro mi ha portato a girare tutta l&#8217;Europa e non: un mese in Turchia, quattro mesi in Belgio, un mese in Cina, un anno in Francia, in Spagna per 2 anni e mezzo, sei mesi trascorsi nella fantastica Madrid, nel periodo in cui si schiantò l&#8217;aereo a Barajas, una tragedia vissuta quasi in diretta visto che lo stabilimento in cui lavoravo è a 300mt dall&#8217;incidente che si verificò, ed il resto del tempo a Valencia dove conobbi la mia attuale fidanzata che al tempo studiava all&#8217;università nel progetto Erasmus.</p>
<p>Ultimamente sono da 5 anni in giro per la Germania: Brema, SarLouis, Baden Baden, Rastadt, Sindelfingen, Koln, Dusseldorf, Regensburg, Neckarsulm, Ingolstadt e adesso per due anni dovrò restare a Dingolfing, un piccolo paesino della baviera in cui lo stabilimento è più grosso del comune stesso.</p>
<p>La mia ragazza intanto sta finendo un Master in traduzione giuridica a Lyon e fra una lezione e l&#8217;altra vola da me.</p>
<p>E&#8217; dura sapere dall&#8217;estero che le cose nel mio paese non vadano per le dritte e soprattutto ciò che mi affligge è pagare il 41% dei miei guadagni in tasse e contributi ad un paese che, fino ad ora, in ambito lavorativo,  mi ha dato ben che poche opportunità lavorative o di crescita professionale, anzi, solo noie da clienti omertosi nel pagamento.</p>
<p>La mia difficoltà maggiore al momento è capire quale potrebbe essere il paese in cui fare una famiglia, dei figli che possano crescere in un contesto sociale degno di una crescita equilibata nei fondamenti e nei valori dell&#8217;insegnamento di ciò che è corretto e di ciò che non lo è.</p>
<p>In tutti questi anni ho imparato differenti lingue che mi hanno portato a rapportarmi con la gente nei più svariati discorsi, ma ciò che più mi ha affascinato è che nel mio percorso ho sempre incontrato tantissimi italiani che come me hanno lasciato il proprio paese per cercare sbocchi e migliorie nella propria vita.</p>
<p><strong>Siamo come il prezzemolo</strong>&#8230; siamo dappertutto.</p>
<p>Roberto Chiarenza</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Sguardo a Oriente: la bella storia di Michael, da Israele</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 21:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>brado</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le vostre storie]]></category>
		<category><![CDATA[archeologo]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono venuto a conoscenza del libro di Claudia guardando una puntata di Presadiretta dal titolo “Generazione sfruttata”, andata in onda il 2 ottobre 2011 su Rai3. Ricordo che il giorno successivo i miei amici e colleghi dall’Italia scrissero su Facebook infiniti commenti, riflessioni e invettive scaturiti dalla visione del programma televisivo. In particolare, tessevano le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono venuto a conoscenza del libro di Claudia guardando una puntata di Presadiretta dal titolo “Generazione sfruttata”, andata in onda il 2 ottobre 2011 su Rai3. Ricordo che il giorno successivo i miei amici e colleghi dall’Italia scrissero su Facebook infiniti commenti, riflessioni e invettive scaturiti dalla visione del programma televisivo. In particolare, tessevano le lodi di Barcellona dove, apparentemente, tutto funziona meglio. Incuriosito, andai a vedermi la puntata sul sito di Rai3, perché vivo all’estero da poco più di due anni e non possiedo un televisore.</p>
<p><span id="more-1823"></span>Be’, è stata una puntata molto istruttiva, e non faccio fatica a credere alle storie degli italiani che si sono trasferiti in pianta stabile a Barcellona. È una città che conosco molto bene e che considero la mia seconda casa, pur non essendoci stato tante volte. Ho amici catalani e parlo il catalano, e ho visto con i miei occhi che lì le cose funzionano molto meglio rispetto all’Italia. Non sono in grado di fornire numeri ufficiali o esempi di vita quotidiana, visto che non ho mai soggiornato in città per più di due settimane di fila, però credo di averla vissuta abbastanza intesamente da poter trarre l’impressione di una città europea, cosmopolita, progredita, ricca di storia, aperta al resto del Mediterraneo, piena di opportunità per chiunque sia dotato di una buona dose di intraprendenza. Molto diversa da qualsiasi città italiana. Inoltre, ci sono le testimonianze dei miei amici italiani che ci vivono, per motivi di lavoro o di studio. E posso garantirvi che tornano a visitare i parenti molto raramente. In ogni caso, le loro storie sono molto simili a quelle narrate in “Vivo altrove”.</p>
<p>Tornando per l’appunto al libro, dopo aver visto Presadiretta ho deciso di procurarmelo, cosa non facile fuori dall’Italia, ma per fortuna lo vendono anche online in formato Kindle. L’ho finito in poche ore, una sera. Devo ammettere che ero totalmente all’oscuro di questo fenomeno di migrazione che caratterizza i giovani italiani. Pensavo di far parte di una sparuta minoranza, ma i numeri sembrano sostenere il contrario. Sarà che nel mio caso si è trattato di una scelta professionale.</p>
<p>Sono nato a Pordenone nel 1984. Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, e a 19 anni mi sono trasferito a Padova per studiare archeologia all’università. Dividevo l’appartamento con un compagno di classe del liceo e con un caro amico d’infanzia.</p>
<p>Contrariamente a molti dei miei amici non ho fatto l’Erasmus, ma posso confermare quello che scrive Claudia: quasi tutti scelgono la Spagna. Perché è molto simile all’Italia, perché la lingua è facile, perché si fa tanta festa, perché non devi preoccuparti più di tanto di dare esami, perché c’è una mentalità meno provinciale e meno bigotta, etc. Tuttavia, ho sempre pensato che fosse meglio fare scelte coerenti con il mio percorso di studi. Per questo motivo, invece di scegliere un posto a caso e seguire la moda del viaggio Erasmus, ho sfruttato una fortunata coincidenza. Poco prima di conseguire la laurea triennale, venni a conoscenza di un bando di concorso per l’assegnazione di cinque posti scambio con la Boston University (USA), che è gemellata con l’Università di Padova. Il bando prevedeva una borsa di studio di 5 mesi (ridicola, perché con 2200 euro ti paghi al massimo due mesi di permanenza) e il pagamento della tuition (tassa d’iscrizione, 17000$). Ma la cosa più importante è che alla BU si trova uno dei laboratori più importanti al mondo per le cose di cui mi occupo (diciamo “scienze applicate all’archeologia”, anche se è un po’ vago), diretto da un professore molto famoso. Dopo l’inizio del corso di laurea specialistica, sempre a Padova, tentai la sorte e arrivai quarto su cinque in graduatoria. Ci tengo a precisare che, se non avessi vinto il posto, probabilmente avrei tentato in Europa con l’Erasmus, ma sempre con l’idea di aggiungere pezzi importanti al mio curriculum. Inoltre, sono sempre stato sostenuto finanziariamente dai miei genitori, e non mi sarei mai permesso di deludere le loro aspettative abbandonandomi a mesi di feste. Soprattutto considerando che non vengo da una famiglia ricca, e che i miei si sono sempre fatti in quattro per farmi studiare. Ho anche tentato di rendermi economicamente indipendente, ma mio padre non mi ha mai permesso di lavorare, diceva che “è meglio se ti do una mano io, così tu puoi concentrarti sugli studi e finire il prima possibile, in modo da renderti totalmente indipendente una volta terminata l’università”. Un vero e proprio understatement considerata la situazione degli archeologi in Italia, ma al tempo non faceva una piega. Infatti, non percepivo ancora il generale decadimento morale delle istituzioni del nostro Paese, e la difficoltà per i giovani di costruirsi un futuro. D’altronde, la crisi economica non era ancora scoppiata (era l’estate del 2007), e io avevo ancora due anni di studio davanti. Finché ero all’università totalmente spesato ero al sicuro, e a Padova stavo benissimo (tornavo a Pordenone un weekend ogni due mesi). Cercavo tuttavia di tenermi occupato. Prestavo servizio presso la biblioteca del Dipartimento di Storia nell’ambito delle 150 ore di lavoro retribuite (per chi non vinceva la borsa di studio regionale) e d’estate cercavo di lavorare il più possibile su scavi archeologici (non solo quelli necessari a conseguire i crediti formativi del mio corso di laurea).</p>
<p>Come dicevo, vinsi la borsa di studio e nel 2008 passai lo “spring semester” a Boston, sempre con l’aiuto economico dei miei. Avendo la mamma inglese non ebbi problemi con la lingua. Va da sé che fu un’esperienza fondamentale per la mia formazione professionale, e che mi aprì numerosissime porte, ma anche per la formazione del mio carattere. Tornato in Italia, ovviamente subii anch’io la sindrome del ritorno. Non tanto per le amicizie lasciate in America (molto poche), quanto per l’aver sperimentato sulla mia pelle un sistema universitario infinitamente superiore a quello italiano. Il concetto di fondo è che nelle università americane, se hai una buona idea, i professori fanno di tutto per aiutarti a svilupparla. In rari casi ciò si traduce in spreco di risorse in progetti di ricerca campati in aria. In altre parole, si applica il concetto di meritocrazia. Inoltre, il sistema delle donazioni da parte di privati e gli ingenti finanziamenti da parte del governo sostengono lo sviluppo della ricerca. Non è certo il caso dell’Italia. In più, e questa è un’altra fondamentale differenza, i docenti di uno stesso dipartimento tendono a collaborare in progetti di ricerca dove ognuno contribuisce con la propria expertise al fine di raggiungere un particolare obbiettivo, un avanzamento in un determinato campo della conoscenza. Per quanto ho potuto constatare di persona in Italia, invece, ogni docente è molto geloso del proprio “reame” e non permette che gli si vengano sottratti idee, risultati, strumenti e finanziamenti. Perché, purtroppo, gli italiani devono sempre dimostrare al loro prossimo di essere i più furbi. Ho assistito a vere e proprie guerre tra colleghi di dipartimento, e mi sono reso conto che in quel modo non si va in nessuna direzione. Una nota di demerito riguardo gli studenti undergraduate (=non ancora laureati) americani di archeologia: siccome gli esami, come ho avuto modo di constatare, sono quasi tutti a crocette o temi (molto più facili rispetto a un colloquio orale), gli studenti sono meno preparati rispetto a quelli italiani.</p>
<p>Dopo essere tornato in Italia presi la decisione di continuare con un dottorato di ricerca. Avevo bisogno di trovare un posto di dottorato con borsa prima di laurearmi, in modo da poter continuare a studiare senza interruzioni. In Italia avevo una sola opzione: iscrivermi a una Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici (quella di Padova nello specifico), cioè un’enorme fregatura per chi, come me, non ha intenzione di dirigere scavi archeologici, ma semplicemente scavare per raccogliere campioni da analizzare in laboratorio. Si tratta di due ulteriori anni di studio, senza possibilità di percepire alcuna borsa di studio, per i quali bisogna pagare una tassa di iscrizione, e durante i quali si danno gli stessi identici esami del corso di laurea. Almeno così era nel 2009. Ora, questo titolo di studio non è necessario per passare l’esame di ammissione a un dottorato, ma tutti i professori dicono la stessa cosa. È meglio averlo, altrimenti il posto di dottorato non lo vinci&#8230; La mia interpretazione (e di molti altri studenti, ma magari ci sbagliamo&#8230;): il professore che ti segue vuole parcheggiarti per due anni, nei quali lavori gratis per lui (la scuola di specializzazione), e tu non puoi tirarti indietro perché c’è il ricatto del dottorato. Se tu fai questi due anni, io ti do il posto di dottorato con borsa. Altrimenti, tanti saluti.</p>
<p>E così decisi di salutare tutti. Non solo perché non volevo perdere due anni della mia vita facendo una cosa totalmente inutile per la mia carriera, ma anche perché in Italia non esistono laboratori che si occupino di tecniche analitiche microscopiche applicate all’archeologia, almeno non sotto le facoltà umanistiche. Circa nove mesi prima di laurearmi, cominciai a spedire CV e richieste di informazioni a vari docenti di università estere, con i quali mi sarebbe piaciuto lavorare a un progetto di dottorato. La risposta, purtroppo, era sempre la stessa. “Mi piacerebbe averti qui, ma non ho fondi per pagarti una borsa di studio”. Dopo alcuni mesi avevo quasi perso le speranze, ma avevo un piano B pronto. Se non fossi riuscito a trovare un posto, sarei andato in Irlanda con un mio collega per lavorare temporaneamente su scavi archeologici. All’epoca l’Irlanda offriva numerose opportunità in questo senso, con stipendi minimi stabiliti per legge in base al grado di istruzione ed esperienza del lavoratore, ferie, malattia, in alcuni casi anche vitto e alloggio. Ovviamente solo per il periodo dello scavo, ma di cantieri ce n’erano molti, vista l’enorme espansione delle infrastrutture, specialmente strade. Poi è arrivata la crisi, e ora anche lì le cose vanno male.</p>
<p>In quel periodo venni a sapere dell’esistenza di un laboratorio molto avanzato, ubicato presso il Weizmann Institute of Science di Rehovot, Israele. Si tratta di un piccolo istituto di ricerca, che conta circa un migliaio di studenti (solo Master e Ph.D.), ma che gli americani hanno eletto come il miglior posto dove fare ricerca all’infuori degli Stati Uniti. Tanto per darvi un’idea, il premio Nobel per la chimica 2009, Ada Yonath, lavora al Weizmann. Decisi così di scrivere una email a una docente di questo laboratorio, chiedendo se c’era la possibilità di cominciare un dottorato. Lei mi rispose subito, e concordammo di parlarne di persona durante una sua visita di lavoro a Padova. Mi propose di partecipare a un progetto cominciato da poco, nel quale le mie conoscenze pregresse potevano risultare utili. Inoltre, come disse più volte in seguito, le faceva piacere poter dare una possibilità a uno studente che aveva voglia di mettersi in gioco trasferendosi per quattro anni in un paese molto diverso dall’Italia. Il progetto mi piaceva molto, ma non accettai subito. Ebbi modo di visitare il laboratorio per un paio di settimane prima di prendere una decisione, per poter vedere il modo in cui si faceva ricerca. Ne rimasi impressionato e affascinato, e acettai la proposta.</p>
<p>E così, a ottobre del 2009, mi trasferii in Israele. Lo feci nel giorno del mio compleanno, perché volevo che fosse l’alba di una nuova era. E, in effetti, lo fu. All’inizio ambientarsi fu molto difficile, a causa dello stile di vita diverso dal mio, del fatto che le settimane iniziano la domenica e finiscono il sabato, della totale mancanza di punti di riferimento culturali fondamentali per uno che viene dal Friuli, come l’ora dell’aperitivo in piazza, della mancanza di amici e parenti, della mancanza della macchina. Il cibo è diverso, ma buono (riesco a trovare anche prodotti italiani), il clima è diverso, ma decisamente migliore rispetto al nord Italia, e poi c’è la lingua. Ho provato a imparare l’ebraico, ma è una lingua molto difficile e alla quale bisogna dedicare molte ore di studio, che io però non ho perché sono sempre assorbito dal lavoro. Quindi parlo in inglese, ma non è un problema. Qui tutti parlano l’inglese (non come in Italia&#8230;), e addirittura al Weizmann Institute è la lingua ufficiale.</p>
<p>Ci ho messo quasi due anni ad ambientarmi e crearmi un giro di amicizie. Vivo da solo in un piccolo appartamento a Rehovot, una cittadina tranquilla (pure troppo) di circa centomila abitanti, poco distante da Tel Aviv. Finalmente riesco a mantenermi da solo con la borsa di studio che percepisco, anche se all’inizio ho avuto problemi a ottenere pagamenti regolari (la burocrazia israeliana è molto simile a quella italiana). Non mi sono iscritto all’AIRE. Per il primo anno non sapevo nemmeno che esistesse. Poi incontrai per caso il console italiano in visita su uno scavo, che mi consigliò di iscrivermi. Alcuni miei colleghi mi dissero che la procedura era lunga, e così per pigrizia non l’ho mai fatto. Torno in Italia per Natale e in estate vado per un paio di settimane nella mia amata Barcellona. A volte mi mandano in giro per conferenze in Europa per presentare i risultati del mio lavoro. Di solito lavoro sei giorni alla settimana, circa 8-10 ore al giorno, perché ho parecchie cose da fare. Ma non è un problema. Faccio quello che mi piace, e ne sono totalmente entusiasta, non mi pesa per niente.</p>
<p>Probabilmente qualcuno si starà chiedendo com’è vivere con la possibilità che scoppi una guerra tra Israele e uno dei paesi vicini con cui non è in buoni rapporti (Libano, Siria e Iran su tutti). Be’, fasciarsi la testa prima di essersela rotta non serve a niente. In caso di guerra tornerei in Italia, ovviamente. Poi c’è il problema dei razzi lanciati da Gaza dai miliziani di Hamas contro Israele. Fortunatamente, Rehovot si trova più o meno nel centro del paese, fuori dal raggio dei missili (anche se recentemente ne è caduto uno a circa 5 km da qui). Questo elimina la maggior parte delle preoccupazioni. Poi, ogni abitazione o condominio ha un rifugio antimissile. Durante l’estate però lavoro per sei settimane su uno scavo ad Ashkelon, circa 15 km a nord di Gaza in linea d’aria. Finora non ho mai sentito la sirena in città, ma la scorsa estate alcuni missili sono caduti pochi km a sud del sito archeologico (che si trova all’estremità meridionale di Ashkelon). Se dovessi sentire la sirena sullo scavo, non potrei fare altro che buttarmi dentro una trincea e pregare. Tuttavia, ultimamente le cose sono migliorate, nel senso che l’esercito israeliano ha messo a punto uno scudo missilistico in grado di abbattere molti dei razzi diretti su zone abitate, mentre quelli che puntano su zone disabitate vengono lasciati cadere al suolo. Per quanto riguarda gli attacchi suicidi, tipo invasati che si fanno esplodere in luoghi affollati, è da parecchio che non si verificano. Da quando è stato costruito il muro al confine con la Cisgiordania, questi eventi si sono ridotti a zero. L’unica tragedia che mi viene in mente è la bomba alla fermata dell’autobus a Gerusalemme l’anno scorso, ma non ricordo se hanno poi scoperto il responsabile. In generale, quando vado in giro mi sento sicuro. I telegiornali italiani, invece, danno sempre un&#8217;immagine sbagliata di questo stato, come se fosse una zona di guerra. Un peccato, visto che è una terra bellissima.</p>
<p>Con l’aiuto di altri connazionali sono riuscito a creare un gruppo di italiani dell’istituto, con cui organizziamo pranzi, cene, serate al cinema, serate a Tel Aviv, gite in giro per il paese nei fine settimana, attività sportive. Ricollegandomi a quanto scrive Claudia, a molti di noi qui manca l’Italia, e per questo ci fa piacere seguirne gli avvenimenti e discuterne per ore. Qualcuno addirittura guarda i canali italiani col satellite (io sono ormai tre anni che non guardo più la tv, la trovo una perdita di tempo, specialmente i nostri programmi). Però, allo stesso tempo, difficilmente ci torneremo, vista la mancanza di serie opportunità di lavoro. Da quanto ho potuto vedere qui, attualmente la maggior parte degli italiani che lavorano nell’ambito della ricerca accademica ad alti livelli puntano verso la Germania e la Svizzera, immagino per la qualità della vita, gli stipendi elevati, e la vicinanza all’Italia. Non sono in molti invece a scegliere gli Stati Uniti, pur non mancando le occasioni di lavoro. Immagino che la distanza dalla madrepatria e lo stile di vita diverso giochino un ruolo importante. Inoltre, molti di noi propendono verso gli stati che non solo offrono un buon posto di lavoro, ma anche condizioni di vita elevate. Ci rendiamo conto dell’importanza di versare i contributi per poter percepire la pensione un giorno, ma vogliamo essere sicuri di averla. L’Italia non mi pare in grado di offrire questa garanzia al giorno d’oggi. E la pressione fiscale non rispecchia i servizi offerti al cittadino. A me sembra che in Svizzera, Austria, Paesi Bassi, Germania, Danimarca e paesi scandinavi tutto funzioni molto meglio. Ed è a questi standard che guardi quando devi scegliere un paese in cui mettere su famiglia e garantire un futuro a chi verrà dopo di te. Non mi piacerebbe vivere in un paese in cui tutti la pensano come Luigi XV di Francia: “après Nous, le déluge”.</p>
<p>Non so cosa farò tra poco meno di due anni, quando qui avrò finito con il dottorato. Il mio desiderio è tornare in Europa per cominciare un post-doc, ma potrei anche finire in America, o rimanere qui. Ormai sta diventando una tradizione di famiglia. Anche mio fratello, ingegnere elettronico, due anni fa si è dovuto trasferire in Slovacchia perché l’azienda per cui lavora ha chiuso lo stabilimento in Italia, e lui è stato uno dei pochi fortunati a cui è stato offerto di andare nella sede slovacca, a stipendio ridotto (ma la sua storia è meglio se ve la racconta lui). L’unica cosa di cui sono sicuro è che non tornerò in Italia. Giunto a questo livello, sarebbe veramente un suicidio professionale.</p>
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		<title>Ricerca scientifica all&#8217;estero e in Italia: Batterflai apre un dibattito</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Feb 2012 20:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>batterflai</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel libro &#8220;&#8221; Vivo altrove&#8221; ho trovato poche esperienze di giovani ricercatori italiani che lavorano all&#8217;estero. Ne approfitto, quindi, per citare un pezzo di un articolo del 2012 di Simone Policardi: &#8220;In questo lungo periodo di crisi mondiale, numerosi governi corrono ai ripari promuovendo importanti manovre economiche, arrivando perfino a rinunciare alla possibilità di ospitare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel libro &#8220;&#8221; Vivo altrove&#8221; ho trovato poche esperienze di giovani ricercatori italiani che lavorano all&#8217;estero. Ne approfitto, quindi, per citare un pezzo di un articolo del 2012 di Simone Policardi: &#8220;In questo lungo periodo di crisi mondiale, numerosi  governi corrono ai ripari promuovendo importanti manovre economiche, arrivando perfino a rinunciare alla possibilità di ospitare le Olimpiadi per paura di un tracollo monetario.  Gli Stati Uniti invece non solo hanno deciso di non ridurre i finanziamenti a scuole, università e centri di ricerca, ma addirittura di aumentarne la percentuale. Obama ha dichiarato infatti che: “La scienza e la tecnologia sono in grado di fare la differenza per il benessere di questa nazione nel lungo termine”.<br />
A questo proposito volevo aprire un dibattito su &#8220;vivo altrove&#8221; perché vorrei capire, invece, in che direzione va la ricerca italiana e quali sono le esperienze dei giovani ricercatori all&#8217;estero, quali sono le loro esperienze, difficoltà linguistiche e professionali.<br />
Quali le possibilità di lavoro concreto all&#8217;estero nel campo della ricerca scientifica?<br />
Quali le prospettive concrete di lavoro in paesi come la Germania, l&#8217;area della Scandinavia e il Nord Europa?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Romagnolo in Catalogna: le riflessioni di Alessandro</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 20:11:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>aldini78</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il fenomeno]]></category>
		<category><![CDATA[Le vostre storie]]></category>
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		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
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		<description><![CDATA[Povera Spagna sempre più simile alla nostra Italia e sempre più lontana dagli anni dorati di una crescita dopata da speculazioni edilizie, corruzione politica dilagante del PSOE y PP indistintamente e desertificazione industriale&#8230; Io mi trasferii qui in Catalogna a Barcellona nell&#8217;anno 2007, giusto un anno prima dell&#8217;inizio della grande crisi per motivi sentimentali in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Povera Spagna sempre più simile alla nostra Italia e sempre più lontana dagli anni dorati di una crescita dopata da speculazioni edilizie, corruzione politica dilagante del PSOE y PP indistintamente e desertificazione industriale&#8230;</p>
<p>Io mi trasferii qui in Catalogna a Barcellona nell&#8217;anno 2007, giusto un anno prima dell&#8217;inizio della grande crisi per motivi sentimentali in quanto la mia ragazza catalana conosciuta in Erasmus in Danimarca non riusciva a trovare lavoro in Italia e cosí decidemmo di comune accordo di provare l’avventura catalana.<br />
<span id="more-1807"></span> A 5 anni di distanza devo dire che sono stato spettatore dell&#8217;evolversi di questa recessione che ha messo in luce tutti gli errori e il grande castello di sabbia messo in piedi dal sistema Spagnolo, passato dall&#8217;essere considerato un modello per tutti i paesi del Sud Europa con tassi di crescita molto alti ad essere il paese con il tasso di disoccupazione più alto d’Europa e uno dei più alti dei paesi industrializzati.<br />
Personalmente come responsabile dell’export di una impresa catalana posso dirvi che le uniche imprese che si stanno salvando sono quelle che si rivolgono ai mercati stranieri (specialmente i famosi BRIC) in quanto la Spagna è un paese con un tessuto industriale sviluppato negli anni 80 che conobbe malauguratamente il suo apice quando la Cina si aprì ai capitali stranieri…<br />
Il resto è storia: i nuovi ricchi (specialmente imprenditori furbetti tipo i nostri brianzoli modello Ranzani) colsero la palla al balzo e si trasferirono in fretta e furia nel nuovo Eldorado Cinese… la deindustrializzazione di un paese che stava iniziando ad acquisire un peso specifico industriale comparabile con i vicini europei ha avuto due conseguenze.<br />
Innanzi tutto ha reso l’economia spagnola più fragile alle speculazioni internazionali e in secondo luogo ha aumentato il tasso di disoccupazione.<br />
Questa situazione di fragilità strutturale è stata mascherata molto bene dai governi di Aznar favorendo a più non posso il settore immobiliare rendendo edificabile mezza Spagna (ne è un esempio lo scempio della Costa del Sol) e favorendo la crescita del settore finanziario (Santander e BBVA in testa).<br />
Il progetto politico di Aznar era chiaro: tutti gli Spagnoli dovevano aver diritto ad una casa e così accedere ad un mutuo divenne cosa da ragazzi…<br />
Vivendo qui e ascoltando storie di vita quotidiana ci si rende conto della pazzia di questo sistema: fino a prima del 2008 le banche potevano prestare soldi per un valore fino al 110% del valore catastale dell’immobile.<br />
Il trucco consisteva nel fatto che i periti incaricati di valutare il valore fiscale degli immobili molto spesso li sopravvalutavano con il risultato che se una casa veniva pagata dall’acquirente 100.000 Euro, il perito la valutava 140.000 Euro e la banca concedeva 154.000 Euro di mutuo…in questo modo molta gente (soprattutto giovani) si comprava la casa per 100.000 Euro e con questi 54.000 Euro si comprava la BMW, Mercedes o Audi e andava in vacanza alle Maldive tutto a credito…<br />
Tutto questo credito facile ha illuso un’intera generazione anche perché il settore della costruzione portava un’alta occupazione e nessuno credeva che le cose potessero cambiare… a partire dal 2008 la crisi iniziò a manifestarsi ma il governo di Zapatero prima parlò di rallentamento (“desaceleración” in spagnolo) poi iniziò una faraonica politica keynesiana di investimento in lavori pubblici che non risolse l’ondata di piena che stava allagando l’intera economia spagnola.<br />
A differenza dell’Italia qui il problema principale è il debito privato in quanto il debito pubblico non è nemmeno lontanamente paragonabile al nostro: una percentuale impressionante di Spagnoli hanno mutui accesi con banche e ora non si possono permettere di pagare le rate… Il risultato è che i pignoramenti sono all’ordine del giorno e le banche si stanno riprendendo gli appartementi e oggi in Spagna ci sono più di 2 Milioni di appartamenti vuoti di poprietà delle banche…<br />
Per una economia già fragile a livello strutturale e senza una industria pesante in grado di far fronte a perdite di posti di lavoro nel settore della costruzione questa crisi ha rappresentato la fine di un’era e l’inizio di una nuova che si intravede giorno per giorno…<br />
I giovani neolaureati non hanno sbocchi lavorativi quindi si inizia a notare un fenomeno che qui in Spagna non era noto: la famigerata fuga dei cervelli…</p>
<p>Tutto questo discorso per dirvi che questa crisi sta mostrando i nervi scoperti di una società molto corrotta che a poco a poco stava venendo alla luce proprio grazie al giudice Garzón e la sentenza di ieri fa molto male a tutto questo paese tanto grande quanto eterogeneo e fiero delle sue tradizioni e culture…</p>
<p>La Spagna si sta italianizzando?? Spero proprio di no anche se i segnali ci sono tutti:<br />
1.	un governo conservatore ultracattolico sta cercando di imporre la morale cattolica in materia delicate come l’aborto, i matrimoni omosessuali etc.<br />
2.	ogni giorno vengono alla luce episodi di corruzione politica e l’intreccio tra banchieri e politici è sempre più all’ordine del giorno.<br />
Potrei seguire la lista però la grande differenza che esiste tra i due paesi e che mi fa ben sperare è che qui non esiste il nepotismo cronico e la gerontocrazia propri del Belpaese e noto con piacere che è dato molto risalto ai giovani… Io arrivai qui a 29 anni e subito mi si diede un incarico di responsabilità come quello che ricopro oggi in una impresa che non conoscevo senza l’aiuto o la raccomandazione di nessuno…<br />
Questa è la grande differenza che mi fa ben sperare.<br />
Un saluto.</p>
<p>Alessandro A.</p>
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