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Zaino in spalla e via – da Barcellona la storia di Sara, appassionata e sincera
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16 ottobre 2010 |
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Il 1 Maggio di due anni fa piangevo.
Lo zaino se ne stava aperto, per terra, dentro la mia casa comprata da poco. Lo guardavo aspettando che mi desse una risposta, che mi dicesse lui dove andare e invece, quello che succedeva, era che si stava rapidamente riempiendo di lacrime. Ero disperata. Ma davvero! Avevo perso il lavoro da un anno e mezzo, per connettermi e cercare lavoro in Internet come freelance ero costretta a fare 15 chilometri in macchina perché la zona del mio appartamento non era coperta da ADSL. Come se non bastasse Silvio aveva di nuovo vinto le elezioni.
Avevo molta paura di andare via. Di lasciare i miei amici, la casa appena comprata… per che cosa? Per fare che cosa? Per andare dove? Non lo sapevo proprio. Sapevo però che sarei soffocata se avessi continuato a vivere nella mia città. Treviso.
La storia di Gaetano – Vivo in Brasile a causa dello Stato-Camorra
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30 settembre 2010 |
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Avevo una piccola azienda a Napoli (S. Giovanni a Teduccio – Ponticelli) aperta il 2001 ma appena stava avendo utili si é presentata la Camorra ed ha iniziato a spolparmi soldi fino al punto che non potevo piú pagare perche nel 2005 anche lo stato stava spolpandomi con tasse e blocco di aiuti alle piccole imprese (prestiti bancari e finanziamenti), quindi incacchiato non ho pagato più la Mafia e lo Stato… non vi dico.
Ricordo solo che un giorno si presentano uomini della Camorra al citofono di casa mia dicendo che se non mandavo 30mila euro in 24ore uccidevano la mia famiglia (non sono sposato vivevo con i miei genitori e mio fratello), beh avevo orologi ed altre cose di piccolo e medio valore ho venduto tutto auto compresa ed ho pagato, per paura di ritornare in azienda l´ho chiusa e perso 120mila euro e con altri 25mila euro che mi erano rimasti sono venuto in Brasile Bahia 2005 dove ho aperto una piccola “Pizzeria Bella Napoli” 2007-8 che mi da la “sopravvivenza economica” ma tantissima pace e armonia, che solo qui nel “terzo mondo” si può trovare. Mentre la mia famiglia ancora paga le carte di arretrati che lo stato mi manda per la chiusura improvvisa della mia azienda, lo stesso stato che non ha saputo dare protezione a me, al mio commercio e la mia famiglia. Stato-Camorra.
Sono stato illegale in Brasile (per non tornare in Italia) ma il grande Presidente Lula ha fatto un Amnistia per tutti gli stranieri illegali (esatto contrario dell´Italia) ed ho potuto andare a casa per 20 giorni a Novembre 2009, alleluja.
Mi dispiace che si stanno mangiando la nostra bella Italia (la politica e le mafie) ma questo siamo e questo ci meritiamo.
Gaetano Battaglia
Vivo altrove – l’esperienza tra l’Italia e l’Inghilterra di Coclico
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30 settembre 2010 |
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Mentre concludevo, con fatica abnorme, i miei studi universitari in statistica, finalmente ora potrò dedicarmi ai miei sogni alle mie idee alle mie propensioni. Non sono un masochista, ma non mi piace lasciare le cose a metà: la scelta degli studi è stata fatta con molta leggerezza però con testardaggine li ho portati a termine anche con discreto successo.
Avevo 27 anni poco dopo inizio a lavorare nel mio campo e nella mia città …il massimo!!! Ma dentro sentivo fremere, sentivo disagio. Cambio lavoro, ho più tempo per me, mi dedico alle mie cose pittura artigianato scrittura mi fa sentire vivo. Quel lavoro non c’è piu, parto, destinazione Gran Bretagna, faccio il cuoco mi sento vivo posso aspirare a tutto una libertà incredibile che in Italia la si può solo sognare. Studio inglese addirittura ho due lavori conosco tanta gente e mi innamoro ogni giorno. Un bel giorno la scelta vinco un master in Italia: parto non parto, parto non parto. Ho scelto la razionalità, un coronamento ai miei studi tra me e me pensavo potrò sempre ritornare.
Ritorno in Italia, in Toscana studio a Pisa, successivamente lavoro per un importante azienda di moda a Firenze. Lavoro importante dicevo ma dentro mi ritorna il bruciore di pancia … nel fratempo mi innamoro di quella che a distanza di un anno diventerà mia moglie. Entrambi con lo stesso dolore di pancia decidiamo di partire di vivere la nostra vita come la vorremmo. Ma arriva sempre un ma, sempre un bivio e una scelta che ci fa posticipare a data da definirsi la nostra partenza. Seguo mia moglie nel veneto per un importante lavoro. Sono qui oggi per amore spaesato da diversi mesi con difficoltà di inserirmi in un contesto che non riesco a definire. Ho cercato inizialmente di apprendere nuove arti l’artigianato il restauro ma nulla la società è chiusa e distante. Mi sento in balia delle onde imprigionato in una vita che non è mia, ora aspettiamo il momento giusto per ripartire intanto mi dedico alle mie passioni culinarie cercando di specializzare come cuoco.( amo la cucina ma chiaramente a distanza di mesi ho trovato solo un lavoro in call center con pagamento a cottimo). Vivo in proiezione futura di quel che accadrà di quello che vorrei che accada, della nostra prossima mossa, di stringere i denti e continuare, ma oggi in questo preciso istante vivo altrove.
Sottoscriviamo e diffondiamo la petizione per Nicola
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20 settembre 2010 |
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Riproduciamo la petizione per Nicola Tanno che hanno scritto gli amici di AltraItalia di Barcellona.
Quella di Nicola è una storia che non avremmo mai voluto ascoltare, non ci resta che sperare nella risposta di chi si deve prendere le responsabilità di quanto accaduto la notte dell’11 luglio 2010 a Barcellona.
Comunicato di AltraItalia sull’aggressione al nostro compagno Nicola Tanno
Alla Conselleria d’Interior de la Generalitat de Catalunya
All’opinione pubblica
L’Associazione AltraItàlia, creata da italiani residenti a Barcellona, condanna l’aggressione causa di gravissime lesioni al nostro compagno Nicola Tanno la sera dell’11 luglio.
Nicola assisteva con atteggiamento pacifico e civile ai festeggiamenti per la vittoria della squadra spagnola ai campionati mondiali di calcio. Lontano dallo scenario in cui avevano luogo dei tafferugli, subì l’impatto di un oggetto che secondo testimoni ed i medici dell’ospedale in cui venne ricoverato era quasi certamente un proiettile di gomma sparato da membri dei Mossos d’esquadra.
Ci rivolgiamo alla Conselleria d’Interior ed al governo catalano affinché venga ordinata un’indagine in profondità dell’accaduto e fatta chiarezza su tutte le responsabilità.
Riteniamo incomprensibile che finora non sia stata avviata un’inchiesta d’ufficio, in considerazione del danno inflitto al nostro compagno.
Riteniamo altresì che tanto il ricorso a questo tipo di armi, come l’agire indiscriminato delle unità antisommossa siano meritevoli dela riprovazione più assoluta da parte della società.
Esigiamo quindi l’identificazione dei responsabili e che venga resa giustizia alla vittima, e al tempo stesso respingiamo con indignazione qualsiasi utilizzazione della persona di Nicola a fini di parte nel dibattito fra nazionalisti catalani e spagnoli.
Solidarietà a Nicola!
Associazione Altraitalia – Barcelona
Foto da Mantova
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11 settembre 2010 |
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L’atmosfera è sorprendente ed entusiasmante: una città intera dedicata alla letteratura, con amore, devozione quasi. Dai ragazzini alle nonne, tutti a Mantova in questi giorni sembrano essere rapiti dall’organizzazione di un festival simpaticissimo, ricchissimo e nel quale sembra sempre di stare un po’ “in famiglia”. E infatti, arrivi in hotel e la signora alla reception ti offre un “sorbetto”, sempre pronto…; vai a fare un’intervista e l’intervistato finisce per farti i complimenti (non si sa per cosa…); vai a pranzo, cena, colazione, e tutti devono per forza offrirti qualcosa; vai ad assistere agli eventi in programma e c’è sempre qualcuno che ti fa passare, ti accoglie, con il sorriso…; giri per il centro cittadino con la cartina, perso, ma nemmeno in situazione grave, e trovi almeno cinque ragazzi con la maglietta azzurra che ti indicano, ti inseguono, additittura, per aiutarti…
Insomma, che città e che iniziativa meravigliosa. Festivaletteratura e Mantova, vi voglio bene.
Ed ecco le foto della presentazione che abbiamo fatto ieri, venerdì 10 settembre, alle 18:45 nel Liceo “Virgilio”.
Claudia Cucchiarato, Sergio Nava, Federico Taddia
BYE BYE ITALIA!
Dai cervelli in fuga ai talenti con biglietto di sola andata:
come inventarsi italiani nel mondo
E il pubblico, numerosissimo e molto partecipe: grazie a tutti, se l’anno prossimoci ri-invitate, torneremo più che volentieri!
Talenti: c’è un sacco di lavoro da fare
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2 agosto 2010 |
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Riproduco anche qui la lettera che ho scritto per il blog della trasmissione di Radio 24 diretta da Sergio Nava, “Giovani talenti“.
Spero che a qualcuno interessi continuare la discussione. Buona lettura!
Ho letto e riletto con interesse nelle ultime settimane la lettera che il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha scritto per questo blog. A parte l’iniziale inquietudine che occasionalmente risveglia in me la messa in discussione del fatto che un qualsiasi tipo di talento vi sia in chi decide di abbandonare il nostro Paese, questa lettera mi provoca, giorno dopo giorno, lettura dopo lettura, una sensazione positiva. Tocca con sapienza, anche se con leggerezza, tutti i tasti dell’argomento di cui, da anni, Sergio Nava, io, Irene Tinagli, Alessandro Rosina e molti altri giornalisti, scrittori o storici dell’emigrazione ci occupiamo.
Tasto numero uno: i ricercatori che all’estero trovano condizioni di lavoro e di vita migliori, e quindi non vogliono più tornare, ci preoccupano. È logico. Direi che è pure rassicurante sapere che Frattini ne è cosciente. Ma non dovrebbero preoccuparci anche tutti quei giovani che non sono proprio talenti, e nonostante tutto se ne vanno? No, perché, pare che ci si debba ribellare solo alla fuga dei cervelli, ma non sono tutti “cervelli” in senso stretto quelli che da più di un decennio, in massa, stanno abbandonando l’Italia: c’è di tutto. Sicuramente molti laureati, ma anche diplomati, ex stagisti, gente che non ha mai finito l’Università e che all’estero spesso e volentieri “talento” ci diventa. Potrei partire dal mio caso, che è quello che conosco meglio, per spiegare ciò che intendo dire. Non mi considero un talento, me ne sono andata dall’Italia subito dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, più di cinque anni fa. Mi sono trasferita a Barcellona e qui, quasi per magia, mi si sono aperte porte che pensavo essere blindate per definizione. Ho iniziato a lavorare per giornali, case editrici, riviste… Non ero certo una raccomandata, nessuno mi conosceva, eppure in Spagna ho trovato le condizioni che mi hanno permesso di esprimere le mie capacità, ho trovato qualcuno che ha avuto la voglia e il tempo di mettermi alla prova e con le mie gambe, in una lingua che non mi apparteneva, ho iniziato un percorso che mi ha dato molte soddisfazioni. Sono arrivata anche a scrivere un libro e a collaborare con giornali italiani di prestigio. Nel frattempo, ho visto molti connazionali coetanei arrivare e partire. Ho conosciuto centinaia di persone che hanno fatto la mia stessa scelta. Qualcuno ha avuto fortuna o ha saputo spendere bene le proprie carte. Qualcun altro ha gettato la spugna ed è tornato a casa o ha cambiato città, Paese. Mi preoccupa che il nostro Ministro parli di “qualche nostro giovane”. Non si tratta di qualche manciata di “talenti” che l’Italia non sa valorizzare né trattenere, ma si tratta di un vero e proprio esodo di massa. Lo dicono i dati e le statistiche: siamo il Paese che più esporta e meno importa laureati all’interno dell’OCSE. Minimizzare questo fenomeno credo che sia la causa principale della sua grandezza. Non sapere nemmeno esattamente di che cosa stiamo parlando credo sia il peccato originale che rende l’Italia la pecora nera dell’Europa per quanto riguarda l’attenzione nei confronti delle nuove generazioni. E soprattutto, questa negligenza fa sentire chi sta all’estero completamente abbandonato a se stesso e gli fa passare la voglia di tornare. Si potrebbe partire proprio da qui, caro Ministro, dai dati, dai nomi e i cognomi, per iniziare a risolvere quello che agli occhi di tante e tante famiglie italiane è un problema quotidiano, un problema con la P maiuscola.
Tasto numero due: la meritocrazia. Pare conoscere molto bene il nostro Ministro la preoccupazione principale dei giovani italiani. Da noi la meritocrazia è quasi inesistente, ed è per questo che, in qualsiasi Paese ci si trasferisca, si ha sempre la sensazione di avere più possibilità di farcela contando solo sulle proprie capacità, anche mettendosi in discussione, se necessario. Le parole però servono a poco se non vengono accompagnate da un impegno, anche personale, nella lotta per far cambiare lo staus quo. Sono nata sentendomi dire che, date le mie origini familiari umili e sconosciute, sarebbe stato difficilissimo per me affermarmi in un mondo così endogamico come quello del giornalismo. Paradossalmente solo grazie all’espatrio sono riuscita ad aprire una breccia in questo settore fatto di “caste” e “dinastie”. Dall’estero ho ottenuto risultati forse impensabili se in Italia fossi rimasta. Strano e paradossale, ancora non sono riuscita a dare una spiegazione a questo fenomeno. Ma se fin da piccola non mi avessero infuso questo pessimismo, probabilmente all’estero non ci sarei nemmeno andata. Avrei provato a sfondare quella barriera da dentro e magari ci sarei riuscita. Caro Ministro, è proprio lo scoramento, la sensazione di trovarsi in una fila che non si muove mai, immobile per definizione, che spinge tanti giovani italiani a tagliare la corda, tutti i giorni. Perché, dopo il primo passo sulla definizione della grandezza del fenomeno, non iniziamo a fare un po’ di sana autocritica in questo senso? Perché non infondere nei nostri giovani un po’ di quell’ottimismo di cui parla nella sua lettera? Perché non metterli di fronte alla possibilità di scegliere di andarsene?
E arriviamo così al tasto numero tre: espatriare è positivo e “necessario per competere nel mercato globale delle risorse umane”. Sono d’accordo. È positivo, sia per chi espatria sia per i Paesi protagonisti di questo movimento: il Paese abbandonato e quello raggiunto. Ma sono del parere che la spinta di questo movimento debba essere una scelta, non un obbligo. Si deve poter mettere i giovani di fronte alla facoltà di decidere se e come andarsene per acquisire quelle capacità che li renderanno maggiormente competitivi nella società globale, per poi tornare. Ma questo in Italia non succede, anzi, molte delle persone che ho conosciuto e intervistato negli ultimi anni mi hanno detto di essersene andate non per scelta, ma per sfinimento, perché coscienti dell’oggettiva impossibilità di ottenere qualcosa rimanendo.
Quarto e ultimo tasto: l’Italia perde sempre. Perde perché esporta e non importa giovani risorse. Perde perché anche chi all’estero acquisisce competenze utili per la costruzione di una società multiculturale e tollerante, decide poi di non tornare. O, se torna, spesso e volentieri se ne pente. Quelle “situazioni attrattive” di cui parla il Ministro sono ancora un sogno per il nostro Paese. E nel frattempo, mentre si attende che un miracolo faccia cambiare la mentalità di un Paese immobile e gregario, l’emorragia dei giovani (talenti o meno) non si ferma. La trasfusione dall’estero non avviene. E l’Italia si può già considerare attore generoso però passivo nella costruzione dell’Europa Unita: regala molto e non ottiene nulla a cambio.
In sostanza, c’è un sacco di lavoro da fare. Vogliamo iniziare subito?
CLAUDIA CUCCHIARATO
La storia di Gianluca, da Dublino
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1 giugno 2010 |
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Sono in perfetto accordo con tutti i ragazzi di cui ho letto gli articoli… e sono entusiasta di aver trovato uno spazio dove poter esprimere la mia esperienza. La mia storia non è poi tanto diversa dalle altre: all’ epoca avevo ventitrè anni, volevo viaggiare e conoscere, e quindi sono partito… Approdai a Dublino, una terra di cui non sapevo assolutamente nulla, ma che poi divenne la mia seconda casa. Non avevo nessun un Erasmus, e nessun pacchetto universitario, ma solo voglia di crescere. Trovai una società aperta e libera da ogni stupida, inutile e inconprensibile “burrocrazia”, che in Italia invece affligge e costringe a non creare e a sviluppare nuove idee. Amo il mio paese, ma non è lui ad amare me… evidentemente… c’ è ancora bisogno di spazi e di opportunità per i giovani che non vogliono solo essere ritratti dall’ Iistat come bamboccionioni e nulla tenenti.. .ma che vogliono avere spazio… per vivere…
Gianluca Benvenuti
Vivo altrove – Tour: le foto delle presentazioni (selezione…)
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18 maggio 2010 |
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Tappa 1: Presentazione di “Vivo altrove” a Roma, martedì 11 maggio 2010 alle 18:30, nella Libreria Giufà di San Lorenzo. Con l’autrice, ha parlato del libro Concita De Gregorio, direttrice de L’Unità.
Grazie a tutti gli amici che ci hanno aiutato nell’organizzazione e specialmente a Igiaba ed Erika:
Tappa 2: Presentazione a Padova, in collaborazione con il Circolo il manifesto, mercoledì 12 maggio 2010 alle 20:45, presso la Sala Ex Sinagoga, dietro Piazza delle Erbe. Con l’autrice, hanno parlato del libro Fabrizo Tonello e Devi Secchetto, dell’Università di Padova. Si ringraziano tutti quelli che hanno affrontato la bufera e la grandinata, per esserci.
Tappa 3: Presentazione a Milano, giovedì 13 maggio 2010 alle 18:30, nella libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires. Con l’autrice, ha parlato del libro Sergio Nava, conduttore della trasmissione “Giovani talenti” su Radio24.
Ringraziamo tutte le persone che sono venute ad ascoltarci, interessate al libro e all’argomento.
Tappa 4: Conferenza a Bologna, venerdì 14 maggio 2010 alle 14:30, nel Dipartimento di Discipline della Comunicazione . Con l’autrice, hanno parlato del libro Fabrizio Tonello e Costantino Marmo, dell’Università di Bologna.
Tappa 5: Presentazione a Bologna, venerdì 14 maggio 2010 alle 18:30, nella Libreria Le Trame. Con l’autrice, ha parlato del libro Fabrizio Tonello.
A seguire, brindisi e festeggiamenti. Sono sopravvissuta: grazie a tutti!
Un commento da un sessantenne
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15 maggio 2010 |
1 commento |
Cara Claudia,
permettimi di darti del tu considerando la mia età. Ho seguito la trasmissione su Radio Popolare e ho partecipato alla presentazione del tuo libro da Feltrinelli a Milano. Ho fondato oltre 8 anni fa una associazione di volontariato che si occupa di persone over40 che perdono il lavoro e vengono abbandonate a se stesse senza uno straccio di sostegno, considerate troppo vecchie per lavorare ma troppo giovani per la pensione. Un fenomeno che sta interessando (con molto ritardo) università e ricercatori vari. Nell’ultimo anno mi è capitato di aiutare 6 giovani di varie università italiane a preparare la tesi di laurea sui temi di cui mi occupo. Bene, 5 su 6 avevano già deciso di lasciare l’Italia dopo la laurea (3 verso Barcellona e 2 verso Londra). L’unica che non intendeva espatriare era una ragazza che studiava musica lirica e quindi riteneva giustamente che il nostro paese le potesse offrire maggiori opportunità. Questo aneddoto è una piccola conferma di quanto tu sostieni ma, se mi permetti, ti dirò di più. Non solo solo i giovani che vorrebbero andarsene, ho molti casi di persone “mature”, di 45enni o 50enni che continuano a pensare che sarebbe meglio andare via. E’ chiaro che a 50 anni tutto è più difficile, molti hanno figli in età scolare, genitori anziani ai quali badare, impegni economici, ecc. Resta il fatto che anche loro respirano un’aria mefitica, si sentono costretti in un paese vecchio, vecchio nell’anima, nella mancanza di solidarietà, un paese dove prolifera il nepotismo, la sopraffazione, la furberie da quattro soldi.
Nella mia vita lavorativa ho vissuto in diversi paesi d’Europa e anche un anno negli USA e devo dirti che appena ho qualche giorno libero me ne vado oltre confine. Certo è diverso andarci da “turista” piuttosto che alla ricerca di un lavoro e magari di un futuro, ma serve comunque a disintossicarmi, niente giornali e tv italiani, nessuna notizia sul pollaio nostrano … devi solo sopportare qualche ironia da parte degli stranieri ma ormai ci ho fatto il callo. Se pensi che nel nostro paese invece di stimolare l’apprendimento delle lingue si vuole introdurre la studio dei dialetti nelle scuole o che ai tassisti di Milano (i più cari al mondo) si permetterà di aumentare le tariffe se dimostreranno di sapere quattro parole di inglese, credo concorderai con me che non ci sono soluzioni alla nostra anomalia. In un certo senso ti invidio per la tua scelta e chiudo con un grossissimo in bocca al lupo.
Ciao
Armando
Il Paese delle Meraviglie – La storia di Anna da Madrid
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14 maggio 2010 |
1 commento |
di Anna
Fra poco saranno tre anni che vivo a Madrid. Sono arrivata qui con una borsa di studio, non ci ero mai stata prima, non conoscevo nessuno, ma appena sono atterrata ho sentito che non sarei rimasta solo per i cinque mesi stabiliti. Le mie amiche italiane mi chiedono spesso quando tornerò e la mia risposta è sempre la stessa: “non ancora”. Il motivo sembra scontato: qui ho trovato il lavoro che sognavo, un ambiente accogliente e cosmopolita, l’offerta culturale molto ricca, la metropolitana efficientissima, i prezzi accessibili,…
Tutte le volte che mi confronto con qualche italiano che vive a Madrid la tendenza è denigrare l’Italia e dipingere la Spagna come il Paese delle Meraviglie, dove regna la “fiesta”, puoi comprarti una birra per poco più di un euro, e si respira libertà. Io capisco il momento di insoddisfazione che sta vivendo il mio paese, soprattutto a livello politico, però non ho mai pensato che in generale l’Italia fosse un brutto posto in cui stare, anzi.
Per esempio, non credo che la situazione economica della Spagna sia migliore, gli affitti sono molto alti e sproporzionati rispetto agli stipendi, e non è facile arrivare a fine mese. Però non credo neanche che questo sia così importante…
Sono venuta qui in un momento della mia vita in cui avevo tanta energia e voglia di mettermi alla prova, e ho subito capito che Madrid era “pane per i miei denti”. Sono rimasta perché ho scoperto che sono una persona migliore quando vivo in un ambiente pieno di stimoli, dove ogni giorno imparo qualcosa di nuovo, devo sforzarmi per perfezionare la lingua e integrarmi. Penso che tanti italiani siano emigrati per cercare condizioni migliori, ma sono sicura che una buona parte ha semplicemente capito che stare all’estero è soprattutto l’occasione per vivere più intensamente. Per i nostri genitori era impensabile una scelta di questo tipo, invece noi oggi abbiamo a nostra disposizione tante risorse (borse di studio, voli “low cost”, internet,…) che ci permettono di prendere una strada alternativa.
Per questo sono qui. Tornerò? Non ancora.
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