Mia piccola e indifesa italia – Bella lettera di un attore che sta partendo

Pubblicato il: | 25 giugno 2012 | 6 commenti |

Mia piccola e indifesa Italia,

nella mia vita ho sempre sperato che questo momento non arrivasse mai, invece, eccomi qua: a chiederti il conto finale, a saldare i debiti che abbiamo l’uno verso l’altra. Chi sono? Uno dei tuoi giovanissimi umili figli, uno dei tuoi poveri servi, potrei dire, senza un centesimo, senza una speranza, senza un desiderio, in procinto di impugnare una valigia e andarmene altrove, dove le terre producono a sufficienza per tutti. Mai come ora compari ai miei occhi in tutta la tua realtà: sola, deturpata, deflorata. Il tuo seno cadente e avvizzito non elargisce più benefico latte alla tua atavica stirpe, nutrimento dell’insaziabile spirito. La tua bocca è satura di veleno per lasciarmi con parole dolci e benedire il mio capo gemente. Le tue mani sono troppo insozzate di fango per blandire e lenire il mio tremore. Lo so, infatti non mi aspetto nulla da te: nutrirei ancora una speranza, se così fosse. Tra meno di un mese parto, come hanno fatto tanti tuo figli; fuggo le mie terre natali per cercare fortuna, e ovviamente resti impassibile, incurante e indifferente a tutto questo, come una beata vergine.

Se affermassi di partirmene solo per cercare fortuna nel denaro, parlerei come te; ma io non sono così vigliacco da trovare la beatitudine nello sterco del diavolo. Parto per cercare la dignità, un valore che mi hai strappato con tutta la violenza, la strafottenza, la convenienza. Pensando e rimuginando cerco di motivare i perché di questo mio esilio che all’apparenza potresti definire volontario. Io, dal canto mio, non ci trovo nulla di volontario in questo gesto disperato, insensato, indelicato. Qualcuno potrà giudicarmi, dicendomi: “ma dopotutto che ti manca in Italia? Il piatto a tavola ce l’hai, un tetto dove dormire comunque ci sta, mamma e papà ti aiutano!”, ma evidentemente dimentica parola sacrosante per laici e chierici: “non di solo pane vive l’uomo”. A lungo mi sono interrogato e ho titubato, cercando invano motivi per non chiudere la valigia e scappare: l’amore per la mia famiglia, poche persone che vale la pena di aver conosciuto, tanto bagaglio culturale e storico delle zone in cui vivo, ma i fattori di spinta sono molto più alti di questi pochi ruderi che mi circondano. Scavo tra le pagine di internet e con angoscia deplorevole scopro che una marea di giovani come me scappano, se ne parla tanto, se ne parla troppo e oggi lo vivo proprio sulla mia pelle. Ho ventitré anni, una laurea a pieni voti in lettere moderne e una proficua e solida carriera teatrale che mi ha nutrito intelletto e spirito grazie a maestri dalla saggezza infinita, veri artigiani dell’Arte. Scappo perché ho perso, ho fallito in tante battaglie dove con il teatro e la letteratura cercavo di dissipare le tenebre dell’ignoranza di un paese oscurato da terrori medievali. Come diceva Calvino, ho combattuto per ampliare gli spazi di luce, mi sono fatto portavoce di reietti perché avevo come uniche armi la parola, un palcoscenico vuoto e una sedia, tanta fantasia e poco contante. Ma dopotutto a cosa serve la parola quando un paese come il nostro è indebolito sin dal pensiero, un paese beffeggiato persino dalle fiabe, dove i nani diventano regnanti e i sapienti servi del ghigno malefico. Non è una scossa di terremoto a distruggere un paese: l’uomo ha dominato per anni le forze della natura, non è nemmeno la cupidigia e l’avidità dei potenti a evitare di ricostruire ciò che è stato distrutto, ma è il sonno di morte in cui riversa la ragione, l’inettitudine, la pigrizia, l’indifferenza di noi italiani, voluto ovviamente dai potenti stessi. Qualcuno parlò di un ottavo peccato capitale: l’inazione. Scappo perché non mi hanno educato a reagire contro il sistema, ma solo a stare seduto davanti a un PC a condividere un pensiero morto, sterile, un aborto di rivoluzione. Scappo. Devo spaccare. Fuggire lontano da gente che si veste allo stesso modo, seguendo una moda sozza e balorda che omologa i cervelli su miti insipidi, trionfi di nulla. Non posso più girarmi intorno e sentire parlare solo di calcio mentre la mia città è subissata da lordure, monnezza materiale e immateriale, ma si sa… panem et circenses. La disoccupazione, la crisi economica, la depressione di noi tutti è la conseguenza di un’assenza di pensiero, di una benché minima volontà di ragionare e applicarsi a cambiare ciò che non funziona. Fuggire a Parigi per me significa assoggettarsi a una nazione più forte, diventare schiavo di chi è più potente, nutrire chi è già grasso, ma restando qui elargirei il nulla di me stesso e guadagnerei il resto di niente. Devo scappare perché ho bisogno di amare senza condizionamenti. Sono omosessuale e non posso sostenere l’idea che trogloditi senza senno affiggano fuori la porta di casa cartelli infami, come si faceva con gli ebrei. Non ho mai provato l’amore perché hanno affogato e relegato le mie pulsioni nel veleno dell’ingiuria e della vergogna, perché sapevano che amando avrei sollevato intere città; con l’amore si costruisce tutto. Devo andar via perché voglio vivere in una casa con qualcuno che amo e che magari non amerò più, ma vivere, in tutti i suoi sensi, in tutti i suoi risvolti, voglio gridarlo al mondo, salendo sui tetti, voglio morire di vita. Avrei voluto insegnare a molti che solo con la conoscenza si domina il dolore, conoscenza che non si acquista solo leggendo un libro o studiando per un esame, ma creando empatia tra gli uomini, maturare molta pazienza tra gli individui, avvertendo le esigenze altrui senza pensare solo a sé stessi: si può sempre fare di più, anche quando si crede che si sta dando il massimo; non esiste la perfezione, ma la perfettibilità è un diritto e un dovere umano. Eravamo il paese dell’opera lirica, dello studio meticoloso del bel canto, della musica, dell’eleganza e raffinatezza letteraria, dell’endecasillabo e ci siamo venduti così impunemente all’italianuccio televisivo, alla grottesca volgarità. L’Italietta telecratica, dove un orsetto polare è più importante di un operaio che si suicida, uno schermo invasivo che somministra lustrini e paillettes di un avanspettacolo decadente del più scialbo Otto Dix.  Brecht affermava: “un paese senza teatro è un paese incivile”. Devo scappare, perché so assistere alle agonie ma sopporto con difficoltà il trapasso. Assumiamoci tante colpe, io per primo, non solo una parte degli italiani, ma tutti, e mi riferisco soprattutto agli accademici, ai dinosauri dietro le cattedre che vendono sapere a buon mercato seminando il panico dell’empirismo, del nuovo, perché ciò che è nuovo fa paura. Devo andar via perché non posso sperare che la quotidianità cambi se gli scranni alti dei professori sono essi stessi così fatiscenti. Siamo nella fase REM dell’umanità: risvegliarci per una rivoluzione sarà impossibile e non me la immagino. Ci ridurranno a pane e acqua e troveranno il modo di farci accontentare, perché gli venderemo anche l’anima coi suoi sogni. Inutile dire che il mio unico desiderio sarebbe quello di ritornare, anche sulle macerie, ma poter ricostruire se ce ne fossero i presupposti. L’Italia deve tornare a sentire su di sé l’orrore della desolazione per risorgere, o magari nascere, perché a centocinquant’anni sembra non sapere nulla della vita, della sua storia, del suo perché. Voglio camminare per strade dove a dominare non siano solo bar e tabaccherie, incontrare gente di ogni tipo, con colori della pelle di ogni tipo, lingue diverse, culture diverse, religioni diverse che siano uguali a me e possano insegnarmi e riempirmi, posti dove i clandestini che hanno vissuto gli orrori della guerra non siano considerati un di più ma una risorsa umana, culturale, affettiva, sociale e che guadagnino quanto un cittadino qualunque senza spaccarsi la schiena per dieci miseri euro al giorno. Non mi pare di chiedere la luna esigendo che al pronto soccorso non mi facciano aspettare più di otto ore, pretendendo che gli autobus e i treni passino quando devono passare, che gli anziani possano acquistare tutte le caramelle che vogliono senza doverle rubare… “non parliamo di disgrazia,  parliamo di vergogna”. Io vado via, prostituendo il mio passato, le mie radici, la mia storia per un futuro discreto; ma di chi resta, cosa ne resta?

“Io ci spero, sai, che quel silenzio arrivi mai.”

Commenti

6 commenti a “Mia piccola e indifesa italia – Bella lettera di un attore che sta partendo”

  1. Francesco Affatato
    3 luglio 2012 alle 17:55

    Come tutti i siti che scopro io Colombo della Rete sono stupendi e questa lettera è l’ape di tutto…tutto un piccolo mondo diroccato e macilento che sommerge e mesmerizza i suoi abitanti..grazie a te seguirò di più questo sito^^

  2. silvialupini
    6 luglio 2012 alle 16:13

    ecco che mi girano ancora in mente tutti i miei stessi pensieri di questi giorni, settimane, mesi…io che l’Italietta la guardo da lontano ormai da parecchi anni, quasi a controllare tutti i suoi passi, a vedere se si accorge di quello che fa, di dove sta andando…e poi la penso, la desidero, la vorrei riabbracciare come l’ho conosciuta, o, meglio come me la raccontavano, e invece ogni volta che rientro riesco solo a riabbracciare quello che di vero mi rimane, la mia famiglia, qualche amico, il mare, le colline….il sole. Cosa racconterò’ di lei alla mia bimba un po’ Italiana e un po’ olandese?
    Grazie per queste belle parole, e in bocca al lupo.

  3. Stefania Bocco
    7 luglio 2012 alle 14:30

    Risposta da un attore che rimane:
    beninteso,quella che ho fatto non è una scelta più coraggiosa ma solo più fortunata. Ho intercettato nel Salento il progetto di un uomo di teatro, che forte della sua esperienza, vuole cambiare le cose e costruire. Io mi ritrovo in quello che scrivi, sono giovane (23 anni anch’io) e mi sento impotente, non abbastanza forte per cambiare da sola ciò che intorno a me non mi piace. Ma insieme ad altri che condividono le mie stesse idee, forse si. Mi piacerebbe conoscere meglio il tuo percorso.
    Tanta merda
    Stefania

  4. Leda
    21 agosto 2012 alle 16:06

    Mi viene da piangere. Grazie per esprimere divinamente concetti che ogni giorno e notte mi trafiggono l’anima e che vorrei poter un giorno gridare al mondo con parole come queste sperando nella vittoria, non individuale bensi’ collettiva. Ogni giorno cerco di costruire un tassello per raggiungere quella meta.
    Sono una ventunenne ancora troppo ignorante ma e’ da tempo che medito e rifletto nella vana percezione di capircene di piu’ su tutto cio’ che ci riguarda e sulla situazione globale. Uomini come noi hanno saputo fare tanto. Il mio auspicio e’ che ognuno di noi cerchi almeno di provarci.
    Buona fortuna a Parigi, La Ville Lumiere sapra’ certamente accoglierti,
    Ciao
    Leda

  5. Pietro
    5 gennaio 2013 alle 23:40

    Scrivo proprio da Parigi, dove risiedo da quasi 27 anni. Sono musicista, arrivato qui per stare tre o quattro anni, che sono poi diventati sette, dieci, quindici ; ecc. ecc. All’autore di una lettera cosi’ accorata mi vien da dire un paio di cose, frutto della mia esperienza diretta e di lunghe conversazioni con migranti di ogni latitudine, non solo italiani. Dopo tanti anni, dunque, sono giunto alla conclusione che la decisione di partire, per quanto possa essere – senza dubbio alcuno – sofferta, non dipende solo dalla situazione sfavorevole, cioé dalle contingenze esterne. Andarsene, specialmente per un artista sensibile come il nostro amico, si rivela – col tempo – tutt’altro che “prostituire il passato, le radici e la storia” come egli stesso afferma ; al contrario, cio’ risponde anche al profondo desiderio, a volte inconscio, di noi artisti di ramificare le nostre radici il più lontano e il più profondamente possibile. L’indole nomade è indomita, per definizione. Quanto al “nutrire chi è già grasso” e, addirittura, “diventare schiavo di chi è più potente” beh, si tratta soltanto di poter usufruire di strutture e servizi che siano all’altezza delle proprie capacità e ambizioni, in un ambito più favorevole, come quello della capitale francese. Che potrebbe anche riservare qualche delusione……..Auguri.

  6. ilaria
    25 marzo 2013 alle 20:50

    Ho letto con interesse la tua lettera. Sono commossa per come questi sentimenti possano essere condivisi.
    Anche io tra qualche mese andrò a vivere all’estero. Dapprima lo farò per motivi di studio, ma sento che l’Italia non è più casa mia.Da tempo ho questo macigno addosso. Vagherò per il mondo, in cerca di un luogo che mi faccia sentire ” a casa “.
    Grazie ancora e tanta fortuna a chi, come te, se lo merita.

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