Sguardo a Oriente: la bella storia di Michael, da Israele
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19 febbraio 2012 |
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Sono venuto a conoscenza del libro di Claudia guardando una puntata di Presadiretta dal titolo “Generazione sfruttata”, andata in onda il 2 ottobre 2011 su Rai3. Ricordo che il giorno successivo i miei amici e colleghi dall’Italia scrissero su Facebook infiniti commenti, riflessioni e invettive scaturiti dalla visione del programma televisivo. In particolare, tessevano le lodi di Barcellona dove, apparentemente, tutto funziona meglio. Incuriosito, andai a vedermi la puntata sul sito di Rai3, perché vivo all’estero da poco più di due anni e non possiedo un televisore.
Be’, è stata una puntata molto istruttiva, e non faccio fatica a credere alle storie degli italiani che si sono trasferiti in pianta stabile a Barcellona. È una città che conosco molto bene e che considero la mia seconda casa, pur non essendoci stato tante volte. Ho amici catalani e parlo il catalano, e ho visto con i miei occhi che lì le cose funzionano molto meglio rispetto all’Italia. Non sono in grado di fornire numeri ufficiali o esempi di vita quotidiana, visto che non ho mai soggiornato in città per più di due settimane di fila, però credo di averla vissuta abbastanza intesamente da poter trarre l’impressione di una città europea, cosmopolita, progredita, ricca di storia, aperta al resto del Mediterraneo, piena di opportunità per chiunque sia dotato di una buona dose di intraprendenza. Molto diversa da qualsiasi città italiana. Inoltre, ci sono le testimonianze dei miei amici italiani che ci vivono, per motivi di lavoro o di studio. E posso garantirvi che tornano a visitare i parenti molto raramente. In ogni caso, le loro storie sono molto simili a quelle narrate in “Vivo altrove”.
Tornando per l’appunto al libro, dopo aver visto Presadiretta ho deciso di procurarmelo, cosa non facile fuori dall’Italia, ma per fortuna lo vendono anche online in formato Kindle. L’ho finito in poche ore, una sera. Devo ammettere che ero totalmente all’oscuro di questo fenomeno di migrazione che caratterizza i giovani italiani. Pensavo di far parte di una sparuta minoranza, ma i numeri sembrano sostenere il contrario. Sarà che nel mio caso si è trattato di una scelta professionale.
Sono nato a Pordenone nel 1984. Ho frequentato il liceo scientifico della mia città, e a 19 anni mi sono trasferito a Padova per studiare archeologia all’università. Dividevo l’appartamento con un compagno di classe del liceo e con un caro amico d’infanzia.
Contrariamente a molti dei miei amici non ho fatto l’Erasmus, ma posso confermare quello che scrive Claudia: quasi tutti scelgono la Spagna. Perché è molto simile all’Italia, perché la lingua è facile, perché si fa tanta festa, perché non devi preoccuparti più di tanto di dare esami, perché c’è una mentalità meno provinciale e meno bigotta, etc. Tuttavia, ho sempre pensato che fosse meglio fare scelte coerenti con il mio percorso di studi. Per questo motivo, invece di scegliere un posto a caso e seguire la moda del viaggio Erasmus, ho sfruttato una fortunata coincidenza. Poco prima di conseguire la laurea triennale, venni a conoscenza di un bando di concorso per l’assegnazione di cinque posti scambio con la Boston University (USA), che è gemellata con l’Università di Padova. Il bando prevedeva una borsa di studio di 5 mesi (ridicola, perché con 2200 euro ti paghi al massimo due mesi di permanenza) e il pagamento della tuition (tassa d’iscrizione, 17000$). Ma la cosa più importante è che alla BU si trova uno dei laboratori più importanti al mondo per le cose di cui mi occupo (diciamo “scienze applicate all’archeologia”, anche se è un po’ vago), diretto da un professore molto famoso. Dopo l’inizio del corso di laurea specialistica, sempre a Padova, tentai la sorte e arrivai quarto su cinque in graduatoria. Ci tengo a precisare che, se non avessi vinto il posto, probabilmente avrei tentato in Europa con l’Erasmus, ma sempre con l’idea di aggiungere pezzi importanti al mio curriculum. Inoltre, sono sempre stato sostenuto finanziariamente dai miei genitori, e non mi sarei mai permesso di deludere le loro aspettative abbandonandomi a mesi di feste. Soprattutto considerando che non vengo da una famiglia ricca, e che i miei si sono sempre fatti in quattro per farmi studiare. Ho anche tentato di rendermi economicamente indipendente, ma mio padre non mi ha mai permesso di lavorare, diceva che “è meglio se ti do una mano io, così tu puoi concentrarti sugli studi e finire il prima possibile, in modo da renderti totalmente indipendente una volta terminata l’università”. Un vero e proprio understatement considerata la situazione degli archeologi in Italia, ma al tempo non faceva una piega. Infatti, non percepivo ancora il generale decadimento morale delle istituzioni del nostro Paese, e la difficoltà per i giovani di costruirsi un futuro. D’altronde, la crisi economica non era ancora scoppiata (era l’estate del 2007), e io avevo ancora due anni di studio davanti. Finché ero all’università totalmente spesato ero al sicuro, e a Padova stavo benissimo (tornavo a Pordenone un weekend ogni due mesi). Cercavo tuttavia di tenermi occupato. Prestavo servizio presso la biblioteca del Dipartimento di Storia nell’ambito delle 150 ore di lavoro retribuite (per chi non vinceva la borsa di studio regionale) e d’estate cercavo di lavorare il più possibile su scavi archeologici (non solo quelli necessari a conseguire i crediti formativi del mio corso di laurea).
Come dicevo, vinsi la borsa di studio e nel 2008 passai lo “spring semester” a Boston, sempre con l’aiuto economico dei miei. Avendo la mamma inglese non ebbi problemi con la lingua. Va da sé che fu un’esperienza fondamentale per la mia formazione professionale, e che mi aprì numerosissime porte, ma anche per la formazione del mio carattere. Tornato in Italia, ovviamente subii anch’io la sindrome del ritorno. Non tanto per le amicizie lasciate in America (molto poche), quanto per l’aver sperimentato sulla mia pelle un sistema universitario infinitamente superiore a quello italiano. Il concetto di fondo è che nelle università americane, se hai una buona idea, i professori fanno di tutto per aiutarti a svilupparla. In rari casi ciò si traduce in spreco di risorse in progetti di ricerca campati in aria. In altre parole, si applica il concetto di meritocrazia. Inoltre, il sistema delle donazioni da parte di privati e gli ingenti finanziamenti da parte del governo sostengono lo sviluppo della ricerca. Non è certo il caso dell’Italia. In più, e questa è un’altra fondamentale differenza, i docenti di uno stesso dipartimento tendono a collaborare in progetti di ricerca dove ognuno contribuisce con la propria expertise al fine di raggiungere un particolare obbiettivo, un avanzamento in un determinato campo della conoscenza. Per quanto ho potuto constatare di persona in Italia, invece, ogni docente è molto geloso del proprio “reame” e non permette che gli si vengano sottratti idee, risultati, strumenti e finanziamenti. Perché, purtroppo, gli italiani devono sempre dimostrare al loro prossimo di essere i più furbi. Ho assistito a vere e proprie guerre tra colleghi di dipartimento, e mi sono reso conto che in quel modo non si va in nessuna direzione. Una nota di demerito riguardo gli studenti undergraduate (=non ancora laureati) americani di archeologia: siccome gli esami, come ho avuto modo di constatare, sono quasi tutti a crocette o temi (molto più facili rispetto a un colloquio orale), gli studenti sono meno preparati rispetto a quelli italiani.
Dopo essere tornato in Italia presi la decisione di continuare con un dottorato di ricerca. Avevo bisogno di trovare un posto di dottorato con borsa prima di laurearmi, in modo da poter continuare a studiare senza interruzioni. In Italia avevo una sola opzione: iscrivermi a una Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici (quella di Padova nello specifico), cioè un’enorme fregatura per chi, come me, non ha intenzione di dirigere scavi archeologici, ma semplicemente scavare per raccogliere campioni da analizzare in laboratorio. Si tratta di due ulteriori anni di studio, senza possibilità di percepire alcuna borsa di studio, per i quali bisogna pagare una tassa di iscrizione, e durante i quali si danno gli stessi identici esami del corso di laurea. Almeno così era nel 2009. Ora, questo titolo di studio non è necessario per passare l’esame di ammissione a un dottorato, ma tutti i professori dicono la stessa cosa. È meglio averlo, altrimenti il posto di dottorato non lo vinci… La mia interpretazione (e di molti altri studenti, ma magari ci sbagliamo…): il professore che ti segue vuole parcheggiarti per due anni, nei quali lavori gratis per lui (la scuola di specializzazione), e tu non puoi tirarti indietro perché c’è il ricatto del dottorato. Se tu fai questi due anni, io ti do il posto di dottorato con borsa. Altrimenti, tanti saluti.
E così decisi di salutare tutti. Non solo perché non volevo perdere due anni della mia vita facendo una cosa totalmente inutile per la mia carriera, ma anche perché in Italia non esistono laboratori che si occupino di tecniche analitiche microscopiche applicate all’archeologia, almeno non sotto le facoltà umanistiche. Circa nove mesi prima di laurearmi, cominciai a spedire CV e richieste di informazioni a vari docenti di università estere, con i quali mi sarebbe piaciuto lavorare a un progetto di dottorato. La risposta, purtroppo, era sempre la stessa. “Mi piacerebbe averti qui, ma non ho fondi per pagarti una borsa di studio”. Dopo alcuni mesi avevo quasi perso le speranze, ma avevo un piano B pronto. Se non fossi riuscito a trovare un posto, sarei andato in Irlanda con un mio collega per lavorare temporaneamente su scavi archeologici. All’epoca l’Irlanda offriva numerose opportunità in questo senso, con stipendi minimi stabiliti per legge in base al grado di istruzione ed esperienza del lavoratore, ferie, malattia, in alcuni casi anche vitto e alloggio. Ovviamente solo per il periodo dello scavo, ma di cantieri ce n’erano molti, vista l’enorme espansione delle infrastrutture, specialmente strade. Poi è arrivata la crisi, e ora anche lì le cose vanno male.
In quel periodo venni a sapere dell’esistenza di un laboratorio molto avanzato, ubicato presso il Weizmann Institute of Science di Rehovot, Israele. Si tratta di un piccolo istituto di ricerca, che conta circa un migliaio di studenti (solo Master e Ph.D.), ma che gli americani hanno eletto come il miglior posto dove fare ricerca all’infuori degli Stati Uniti. Tanto per darvi un’idea, il premio Nobel per la chimica 2009, Ada Yonath, lavora al Weizmann. Decisi così di scrivere una email a una docente di questo laboratorio, chiedendo se c’era la possibilità di cominciare un dottorato. Lei mi rispose subito, e concordammo di parlarne di persona durante una sua visita di lavoro a Padova. Mi propose di partecipare a un progetto cominciato da poco, nel quale le mie conoscenze pregresse potevano risultare utili. Inoltre, come disse più volte in seguito, le faceva piacere poter dare una possibilità a uno studente che aveva voglia di mettersi in gioco trasferendosi per quattro anni in un paese molto diverso dall’Italia. Il progetto mi piaceva molto, ma non accettai subito. Ebbi modo di visitare il laboratorio per un paio di settimane prima di prendere una decisione, per poter vedere il modo in cui si faceva ricerca. Ne rimasi impressionato e affascinato, e acettai la proposta.
E così, a ottobre del 2009, mi trasferii in Israele. Lo feci nel giorno del mio compleanno, perché volevo che fosse l’alba di una nuova era. E, in effetti, lo fu. All’inizio ambientarsi fu molto difficile, a causa dello stile di vita diverso dal mio, del fatto che le settimane iniziano la domenica e finiscono il sabato, della totale mancanza di punti di riferimento culturali fondamentali per uno che viene dal Friuli, come l’ora dell’aperitivo in piazza, della mancanza di amici e parenti, della mancanza della macchina. Il cibo è diverso, ma buono (riesco a trovare anche prodotti italiani), il clima è diverso, ma decisamente migliore rispetto al nord Italia, e poi c’è la lingua. Ho provato a imparare l’ebraico, ma è una lingua molto difficile e alla quale bisogna dedicare molte ore di studio, che io però non ho perché sono sempre assorbito dal lavoro. Quindi parlo in inglese, ma non è un problema. Qui tutti parlano l’inglese (non come in Italia…), e addirittura al Weizmann Institute è la lingua ufficiale.
Ci ho messo quasi due anni ad ambientarmi e crearmi un giro di amicizie. Vivo da solo in un piccolo appartamento a Rehovot, una cittadina tranquilla (pure troppo) di circa centomila abitanti, poco distante da Tel Aviv. Finalmente riesco a mantenermi da solo con la borsa di studio che percepisco, anche se all’inizio ho avuto problemi a ottenere pagamenti regolari (la burocrazia israeliana è molto simile a quella italiana). Non mi sono iscritto all’AIRE. Per il primo anno non sapevo nemmeno che esistesse. Poi incontrai per caso il console italiano in visita su uno scavo, che mi consigliò di iscrivermi. Alcuni miei colleghi mi dissero che la procedura era lunga, e così per pigrizia non l’ho mai fatto. Torno in Italia per Natale e in estate vado per un paio di settimane nella mia amata Barcellona. A volte mi mandano in giro per conferenze in Europa per presentare i risultati del mio lavoro. Di solito lavoro sei giorni alla settimana, circa 8-10 ore al giorno, perché ho parecchie cose da fare. Ma non è un problema. Faccio quello che mi piace, e ne sono totalmente entusiasta, non mi pesa per niente.
Probabilmente qualcuno si starà chiedendo com’è vivere con la possibilità che scoppi una guerra tra Israele e uno dei paesi vicini con cui non è in buoni rapporti (Libano, Siria e Iran su tutti). Be’, fasciarsi la testa prima di essersela rotta non serve a niente. In caso di guerra tornerei in Italia, ovviamente. Poi c’è il problema dei razzi lanciati da Gaza dai miliziani di Hamas contro Israele. Fortunatamente, Rehovot si trova più o meno nel centro del paese, fuori dal raggio dei missili (anche se recentemente ne è caduto uno a circa 5 km da qui). Questo elimina la maggior parte delle preoccupazioni. Poi, ogni abitazione o condominio ha un rifugio antimissile. Durante l’estate però lavoro per sei settimane su uno scavo ad Ashkelon, circa 15 km a nord di Gaza in linea d’aria. Finora non ho mai sentito la sirena in città, ma la scorsa estate alcuni missili sono caduti pochi km a sud del sito archeologico (che si trova all’estremità meridionale di Ashkelon). Se dovessi sentire la sirena sullo scavo, non potrei fare altro che buttarmi dentro una trincea e pregare. Tuttavia, ultimamente le cose sono migliorate, nel senso che l’esercito israeliano ha messo a punto uno scudo missilistico in grado di abbattere molti dei razzi diretti su zone abitate, mentre quelli che puntano su zone disabitate vengono lasciati cadere al suolo. Per quanto riguarda gli attacchi suicidi, tipo invasati che si fanno esplodere in luoghi affollati, è da parecchio che non si verificano. Da quando è stato costruito il muro al confine con la Cisgiordania, questi eventi si sono ridotti a zero. L’unica tragedia che mi viene in mente è la bomba alla fermata dell’autobus a Gerusalemme l’anno scorso, ma non ricordo se hanno poi scoperto il responsabile. In generale, quando vado in giro mi sento sicuro. I telegiornali italiani, invece, danno sempre un’immagine sbagliata di questo stato, come se fosse una zona di guerra. Un peccato, visto che è una terra bellissima.
Con l’aiuto di altri connazionali sono riuscito a creare un gruppo di italiani dell’istituto, con cui organizziamo pranzi, cene, serate al cinema, serate a Tel Aviv, gite in giro per il paese nei fine settimana, attività sportive. Ricollegandomi a quanto scrive Claudia, a molti di noi qui manca l’Italia, e per questo ci fa piacere seguirne gli avvenimenti e discuterne per ore. Qualcuno addirittura guarda i canali italiani col satellite (io sono ormai tre anni che non guardo più la tv, la trovo una perdita di tempo, specialmente i nostri programmi). Però, allo stesso tempo, difficilmente ci torneremo, vista la mancanza di serie opportunità di lavoro. Da quanto ho potuto vedere qui, attualmente la maggior parte degli italiani che lavorano nell’ambito della ricerca accademica ad alti livelli puntano verso la Germania e la Svizzera, immagino per la qualità della vita, gli stipendi elevati, e la vicinanza all’Italia. Non sono in molti invece a scegliere gli Stati Uniti, pur non mancando le occasioni di lavoro. Immagino che la distanza dalla madrepatria e lo stile di vita diverso giochino un ruolo importante. Inoltre, molti di noi propendono verso gli stati che non solo offrono un buon posto di lavoro, ma anche condizioni di vita elevate. Ci rendiamo conto dell’importanza di versare i contributi per poter percepire la pensione un giorno, ma vogliamo essere sicuri di averla. L’Italia non mi pare in grado di offrire questa garanzia al giorno d’oggi. E la pressione fiscale non rispecchia i servizi offerti al cittadino. A me sembra che in Svizzera, Austria, Paesi Bassi, Germania, Danimarca e paesi scandinavi tutto funzioni molto meglio. Ed è a questi standard che guardi quando devi scegliere un paese in cui mettere su famiglia e garantire un futuro a chi verrà dopo di te. Non mi piacerebbe vivere in un paese in cui tutti la pensano come Luigi XV di Francia: “après Nous, le déluge”.
Non so cosa farò tra poco meno di due anni, quando qui avrò finito con il dottorato. Il mio desiderio è tornare in Europa per cominciare un post-doc, ma potrei anche finire in America, o rimanere qui. Ormai sta diventando una tradizione di famiglia. Anche mio fratello, ingegnere elettronico, due anni fa si è dovuto trasferire in Slovacchia perché l’azienda per cui lavora ha chiuso lo stabilimento in Italia, e lui è stato uno dei pochi fortunati a cui è stato offerto di andare nella sede slovacca, a stipendio ridotto (ma la sua storia è meglio se ve la racconta lui). L’unica cosa di cui sono sicuro è che non tornerò in Italia. Giunto a questo livello, sarebbe veramente un suicidio professionale.
Commenti
1 commento a “Sguardo a Oriente: la bella storia di Michael, da Israele”
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22 febbraio 2012 alle 12:43
Un bel articolo in un bel blog, mi piace molto questo argomento. Io invece sono spagnola ma vivo in Italia da due anni, forse non tornerò in spagna o forse si, non lo so….mi piace pensare che ho il futuro nelle mie mani. La vita è piena di situazioni e eventi inaspettati per cui non ho il coraggio di dire dove sarò fra qualche anno. Complimenti a tutti i protagonisti di queste storie, penso che bisogna necessariamente avere coraggio per decidere di andare via.
jessica parra