Ricerca scientifica all’estero e in Italia: Batterflai apre un dibattito
Pubblicato il: |
19 febbraio 2012 |
9 commenti |
Nel libro “” Vivo altrove” ho trovato poche esperienze di giovani ricercatori italiani che lavorano all’estero. Ne approfitto, quindi, per citare un pezzo di un articolo del 2012 di Simone Policardi: “In questo lungo periodo di crisi mondiale, numerosi governi corrono ai ripari promuovendo importanti manovre economiche, arrivando perfino a rinunciare alla possibilità di ospitare le Olimpiadi per paura di un tracollo monetario. Gli Stati Uniti invece non solo hanno deciso di non ridurre i finanziamenti a scuole, università e centri di ricerca, ma addirittura di aumentarne la percentuale. Obama ha dichiarato infatti che: “La scienza e la tecnologia sono in grado di fare la differenza per il benessere di questa nazione nel lungo termine”.
A questo proposito volevo aprire un dibattito su “vivo altrove” perché vorrei capire, invece, in che direzione va la ricerca italiana e quali sono le esperienze dei giovani ricercatori all’estero, quali sono le loro esperienze, difficoltà linguistiche e professionali.
Quali le possibilità di lavoro concreto all’estero nel campo della ricerca scientifica?
Quali le prospettive concrete di lavoro in paesi come la Germania, l’area della Scandinavia e il Nord Europa?
Commenti
9 commenti a “Ricerca scientifica all’estero e in Italia: Batterflai apre un dibattito”
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21 febbraio 2012 alle 00:00
Ciao,
la premessa è che per lavoro (a Londra) vendo un software di CFD, o simulazioni di fluidodinamica, gestisco direttamente la rete di vendita e distribuzione a livello mondiale quindi ho una buona visione sulle attività di ricerca in diversi paesi e industrie (aerospace, power generation, automotive, industrial, etc.). In aggiunta, siamo affiliati a una prestigiosa università londinese quindi seguo anche la ricerca scientifica nel settore. Tipicamente, quello che vendo oggi esce sul mercato tra 5 anni.
Cosa posso dire, a parte un paio di società “italiane” in mano agli americani non abbiamo mercato in Italia, la poca ricerca fatta nel settore è monopolizzata da università che applicano tariffe assurde e la media azienda non vuole cercare soluzioni al di là del confine. Giusto o sbagliato che sia, dall’altra parte del mondo ho società e università Indiane e Cinesi che comprano tutto, per anni hanno fatto uso di licenze tecnologiche (inizialmente per produzione di componenti non critici di un sistema, poi per quelli critici) e adesso vogliono migliorarli. Hanno i soldi e le risorse umane per ridurre i gap tecnologici da 7-8 a 2 anni in media, per prodotti particolari ci chiedono di fare attività di ricerca e sviluppo e così in 6 mesi hanno un prodotto migliore della società Europea o Americana per cui due mesi prima lo producevano, e a prezzi più bassi.
Un paio d’anni fa mi sembra che era apparso un articolo sull’Economist, case study interessante di Vestas (Eoliche) che fino a un paio d’anni prima aveva 90% del mercato in Cina, poi i piani del governo di imporre sviluppo e produzione locale per le installazioni nazionali hanno praticamente obbligato Vestas a lavorare con società locali tramite licenze tecnologiche. Oggi Vestas ha meno del 10% del mercato in Cina, ma il mercato è 1000 più importante. A conti fatti Vestas ci ha guadagnato, a tal punto che anche le pale eoliche destinate al mercato americano sono oggi prodotte in Cina, costa meno caro produrle là e trasportarle negli USA che produrle direttamente negli USA. Dal 2010 la Cina ha la più larga istallazione di eoliche al mondo.
Consiglio anche di leggere il colloquio tra Obama e Steve Jobs, molto interessante:
http://www.nytimes.com/2012/01/22/business/apple-america-and-a-squeezed-middle-class.html?pagewanted=all
Personalmente non mi occupo neanche più del mercato italiano, tre anni per uno sputo di vendita quando su LinkedIn mando un messaggio a uno in Taiwan e 3 mesi dopo ho un contratto per 5 anni che vale quanto l’intero mercato italiano.
Storiella: camminavo per andare al lavoro un paio di mesi fa, un ragazzo mi ferma per strada e mi chiede indicazioni per Euston Square, capisco che è italiano e visto che andavo in quella direzione gli dico di seguirmi. Cosa fai a Londra, da quanto tempo sei arrivato.. etc. Praticamente mi ha detto che per due anni non ha trovato lavoro in Italia e a Londra in due settimane ha trovato ESATTAMENTE il lavoro che aveva sempre voluto in neurochirurgia.. fate voi..
Scusate, un po’ lungo..
-Lorenzo
23 febbraio 2012 alle 09:56
Dipende dall’ambito disciplinare. Le occasioni cambiano se ti occupi di biologia, o di ingegneria, o di scienze umanistiche, o di fisica, etc.
Io sto al Weizmann Institute of Science (Israele), uno dei piu’ prestigiosi istituti di ricerca al mondo, e conosco tutti gli italiani che lavorano qui, e buona parte degli americani ed europei (specialmente tedeschi), quindi di solito mi informo sulle condizioni di lavoro nei vari stati della EU. Gli italiani ora puntano a Germania e Svizzera per continuare come post-doc, ma la realta’ e’ che pure in quei paesi, che hanno cosi’ tante risorse, trovare una posizione permanente all’interno dell’universita’ e’ estremamente difficile. Non come in Italia, ma quasi. Virtualmente si potrebbe continuare a lavorare a tempo determinato come ricercatore fino all’eta’ pesionabile, pero’ non hai mai la sicurezza del posto fisso. Lo stesso vale per il Regno Unito, Francia e Austria. In Spagna ora le cose cominciano ad andare peggio e si avvicinano allo standard italiano. Non ne so molto riguardo ai paesi scandinavi e del Baltico, ma presumo che siano messi bene in generale. Infatti, qui non ho mai visto gente da quesi posti in cerca di lavoro…
26 febbraio 2012 alle 23:38
Io sono ricercatore in ambito biomedico e sto a Stoccolma. La mia storia è stata già pubblicata qui: http://www.vivoaltrove.it/2011/09/17/noi-italiani-siamo-poi-cosi-diversi-dagli-altri/
La tua domanda è molto ampia e abbraccia tantissimi ambiti diversi. Cominciamo dalla Svezia. Qui si investe in ricerca quasi il 4% del PIL (credo il più alto al mondo insieme agli Stati Uniti). Il modello è quello americano, funziona tutto a progetto, tramite grant application, la “tenure” non esiste o quasi. Come qualunque altro lavoratore in Svezia, a prescindere dal fatto che il contratto sia permanente o determinato, c’è una procedure di licenziamento abbastanza snella, nel momento manchino i soldi. Il sistema è decisamente meritocratico ma anche qua esistono le lobby, i centri di potere e gli amici di…
Per quanto riguarda gli stipendi dei ricercatori, di certo non si naviga nell’oro, ma al contrario di quelli italiani, consentono di vivere dignitosamente senza fare secondi/terzi e quarti lavori, come mi succedeva prima di espatriare.
Per quanto riguarda la situazione italiana, la mia opinione è che serva un cambio di mentalità. Tristemente, la mentalità necessaria non la vedo proprio, purtroppo nemmeno nei giovani. Con le dovute eccezioni, chi ce l’ha ormai parte, gli altri restano. Tutti molto angosciati dalla precarietà, dal numero di “posti” e dai parenti dei professori ma pochi dediti al miglioramento dei propri skills. A differenza della Svezia, quasi nessuno ha la consapevolezza di doversi cercare i fondi per fare ricerca e anche per pagarsi il proprio stipendio. Sono affezionato all’Italia e spesso propongo progetti in collaborazione; spesso mi sento rispondere con lamentele sul fatto che l’Università non paga nemmeno i reagenti per il laboratorio. Io sono abituato ad un contesto dove siamo noi a pagare non solo i reagenti ma anche l’affitto, l’utilizzo delle attrezzature e persino l’indirizzo e-mail. Su tutte le spese, compresi gli stipendi, paghiamo il 30% di overheads all’università; vi rendete conto della differenza?
Saluti,
Vladimir
16 marzo 2012 alle 19:48
ciao
io facevo ricerca in italia. Ed ora vivo a Berlino.
Prima di arrivare mi sono informata anche sulla ricerca…ed ho scoperto che e’ davvero difficile ottenere una permanent position qui. Al PTB per intenderci, non si bandisccono da almeno 10 anni. Ovviamente c’e’ offerta, se sei disposto a spostarti per “inseguire” la tua ricerca. Io ho fatto una scelta diversa: una compagnia privata. Perche’ qui un dottorato e 4 anni di Postdoc non sono visti come una perdita di tempo. Ma ho scelto questo anche perche’ non voglio muovermi da Berlino.
20 marzo 2012 alle 21:46
molto bello il commento di sarà!
3 aprile 2012 alle 15:30
Ciao, io sono medico e faccio ricerca clinica in Spagna, dove fino a l’anno scorso il governo ha investitio molto nella ricerca biosanitaria. La mia esperienza é simile a quelle di altri ricercatori italiani, costretti ad andar all’estero per lavorare, non apporterei nulla di piú, se non la differente provenienza geografica e aneddoti di come si puó vincere un concorso solo sposandosi il primario.
Approfitto di questo spazio per fare alcune riflessioni sul libro, legandomi alla frase introduttiva di questo articolo. Non voglio essere polemica, ma solo riflettere su una grande opportunitá persa con questo libro.
Mancano non solo esperienze di giovani ricercatori italiani all’estero ma anche di altre categorie professionali come possono essere avvocati, medici, architetti.. Devo confessare che non sono riuscita a terminarlo, quindi posso essermi persa qualcosa.
Entusiasta di un libro con un titolo simile l’ho comprato sperando di trovare una voce che parlasse di noi italiani “scappati” dall’Italia per trovare lavoro, ma la speranza ha lasciato spazio alla delusione subito dopo aver letto il capitolo di Barcellona, la cittá in cui vivo dal 2007.
Nel libro si descrivono giovani immaturi, artisti incompresi, emotivi senza speranza che lasciano il proprio paese perché non vi trovano un ruolo o non si sentono comodi, per questioni sociali o personali. Sembra di sottofondo capire che questi sono lontani dai “bravi ragazzi lavoratori” che rimangono in Italia a guadagnarsi duramente il pane. La figura di chi é andato “altrove” sembra sia quella di un artista bohemio incompreso, quindi meglio perderlo per il nostro paese…Non so se questa visione abbia fatto piacere alla Mondadori, per non parlare della fuga dei cervelli, di cui l’italiano medio non sa quasi nulla, o per testimoniare che chi se ne va si poteva perdere tranquillamente….
Non si parla di medici che fuggono dall’Italia perché i concorsi sono truccati, perché non importa piú a nessuno del paziente…Non si parla di avvocati che “altrove” trovano veramente la giustizia, di architetti che “altrove” non vivono invischiati nelle mazzette di opere pubbliche per poter lavorare.
A Barcellona siamo la prima comunitá di immigranti, si sarebbero potute trovare altre testimonianze. Di professionisti con un lavoro stabile, di ricercatori, di cervelli in fuga, di un’Italia giovane e disperata che emigra per lavorare.
Trovo un pó patetica la descrizione della musicista scoperta per Woody Allen nella sua visita a Barcellona, lascia pena nella mente del lettore e nulla di piú.
Mi rammarico per il fatto che non si sia scritto un libro vero, con testimonianze che aiutino anche chi é rimasto in Italia a capire la gravitá della situazione, che non solo emigrano artisti squattrinati, ma anche professionisti qualificati, che sono la linfa per un paese. Con un libro cosí forse non si avrebbe avuto una casa editrice prestigiosa, ma almeno si avrebbe fatto un giornalismo moderno e libero.
3 aprile 2012 alle 16:08
Cara Eugenia,
ti rispondo di getto perché il tuo commento mi ha sorpreso. Innanzitutto ti ringrazio per aver comprato il libro, anche se mi dispiace che non ti abbia appassionato tanto da decidere di finirlo. Capisco quello che scrivi, ma credo che ci siano alcuni dettagli che vanno quanto meno chiariti:
-il primo è che la Bruno Mondadori non è la Mondadori, non che sia una piccola casa editrice, ma nemmeno una “grande” e soprattutto mai si sarebbe sognata di impormi una linea. Ho scelto e scritto le storie che mi sono sembrate più interessanti, secondo un criterio più personale che “statistico”, in ogni caso la possibilità di perdere qualche pezzo e la probabilità di escludere qualche categoria di “viventi altrove” era ed è altissima. A parte questo, credo che i ricercatori, gli avvocati e gli architetti siano ben rappresentati (soprattutto nella parte finale del libro, quella che non hai letto, purtroppo);
-per trovare questa parte più “statistica”, ti invito a guardare i risultati di un sondaggio che poco dopo la pubblicazione del libro ho lanciato sul sito di Repubblica, qui sì che la quantità di storie raccolte può aiutarci a dare un’idea fedele del fenomeno (come vedi, ci ho provato in differenti modi a dipingere questa realtà complessa e in costante evoluzione, ma capirai che non posso raccontare 25.000 storie in un volume di 200 pagine):
http://racconta.repubblica.it/italiani-estero/risultatitotali2.php
-mi sorprende e mi rallegra (allo stesso tempo) ricevere una critica sull’impostazione poco “di denuncia” del libro, ti dirò che in altri luoghi sono stata accusata del contrario, quindi faccio un bilancio e mi ritengo soddisfatta. Visto che vivi a Barcellona, ti interesserà, credo, leggere quello che un’altra italiana residente qui da molti anni ha scritto sull’argomento qualche mese fa, denuciando, invece, la mia smania di protagonismo giacché, secondo lei, cavalco un tema ormai più che trito nelle pubblicazioni editoriali e giornalistiche italiane (la solfa del “cervello in fuga”, per l’appunto). Devo comunque darti atto del fatto che almeno tu, a differenza di Giusi, il libro l’hai comprato e in parte letto:
http://www.ilcorpodelledonne.net/?p=7572
-sempre sulla “denuncia” e sulla realtà degli italiani a Barcellona, non so se hai avuto modo di leggere i commenti che in diversi luoghi sono stati pubblicati sul servizio che a inizio ottobre ha mandato in onda la trasmissione Presa Diretta di Rai Tre: anche in quel caso le accuse di tendenziosità hanno avviato un dibattito piuttosto scomodo su un problema (quello della cosiddetta “fuga dei cervelli”) che purtroppo risente di gravi mancanze e semplificazioni.
Per concludere, non so se esiste il libro perfetto, io ho cercato di fare un libro onesto (moderno, chissá?) e l’ho fatto con soddisfazione e con libertà. Sono felice di constatare che risveglia ancora (a due anni di distanza) un vivace e formativo dibattito.
Un abbraccio e grazie.
A presto, spero.
Claudia
4 aprile 2012 alle 21:53
Le puntualizzazioni di Eugenia sul libro di Claudia sono “parzialmente” giuste…poiché il libro di Claudia non poteva contenere tutto “lo scibile” riguardanti i migliaia d’italiani che scelgono di vivere all’estero.
Ben venga un libro come quello di Claudia dedicato a un’intera generazione d’italiani di cui pochi parlano…purtroppo…il discorso è lungo e complesso e uno o due libri non possono certo risolvere delle questioni ingarbugliate ma era importante che un libro come quello di Claudia venisse stampato
16 aprile 2012 alle 12:28
Cara Claudia,
Grazie per la tua risposta, anche io ti ho scritto di getto raccontandoti le sensazioni che mi aveva fatto sorgere il libro. Capisco che non esista il libro perfetto, e che non si possa raccontare tutto lo “scibile” in materia, solo mi riferivo all’impostazione e alle esperienze che hai scelto di raccontare.
Ho letto con piacere la statistica, che conferma ció che pensavo e riproponevo nella mia precedente riflessione, il livello culturale e formativo degli italiani all’estero é elevato, il nostro paese sta perdendo una linfa preziosa e forza produttiva.
E’ stato importante aver iniziato a parlare di chi vive altrove, ma siamo solo all’inizio, il discorso é stato abbozzato in modo sentimentale, prediligendo alcune categorie, potresti proseguire e fare tesoro di tutto il materiale del blog per trasformarlo in un fenomeno editoriale d’avanguardia, che risvegli coscienze a vari livelli.
In bocca al lupo.
Eugenia