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Articoli pubblicati nel mese di aprile 2011
dopotutto
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26 aprile 2011 |
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Un altro avverbio, ci piacciono molto, in fin dei conti, a noi che viviamo altrove. Ed ecco che, quando meno te lo aspetti, nasce un’iniziativa degna di essere seguita e diffusa, un’altra delle tante di cui sentiamo parlare e che ci piace segnalare.
È nata a Londra (“a Londra, in fondo, sì, ma non soltanto”, si legge nel sito che la descrive) ad opera di un gruppo di poeti, italiani, giovani, almeno nello spirito. Il titolo è dopotutto, appunto, e si propone di raggruppare persone cha abbiano voglia di tirar fuori la propria vena poetica e di metterla in circolazione, persone che vogliano condividere i propri versi con un pubblico composto, si spera, non solo da italiani dispatriati a Londra.
Il primo appuntamento è il 2 luglio al The Poetry Café di Covent Garden. Ma molto prima di tutto questo l’appuntamento è sul sito, dove ci si può mettere in contatto con gli ideatori dell’iniziativa e dove si possono già leggere alcuni versi significativi, come questo:
A minha pátria é a língua portuguesa
Fernando Pessoa
…la nostra, è quella italiana. O quello che di essa ci resta in questo dispatrio. Lontani, o comunque da un’altra parte.
Da qui un sincero in bocca al lupo!
E qui il sito e la pagina su Facebook:
http://dopotuttonet.wordpress.com/
http://www.facebook.com/dopotutto
Fugga con il cane: la storia di Tita
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24 aprile 2011 |
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Fin da quando avevo 13 anni ho sognato di andarmene via da casa, che fosse per studiare o per amare mi era indifferente, solo volevo andare in un luogo diverso da quello in cui soffrivo tanto. La sofferenza e l’insofferenza non sono sparite con l’adolescenza (come solitamente ti dicono i Grandi), anzi erano sempre più intense e poco risolvibili perchè fortemente radicate in quelli che erano i Miei luoghi…un errore da manuale psicologico di prima mano, credo. Rimane il fatto che non mi sentivo a mio agio lì.
Arrivò l’università e un semplice cambio di città. Avevo ottenuto ciò che volevo eppure mi costava ambientarmi… tenni duro e mi ambientai anche troppo bene, nonostante ciò il desiderio di andarmene era sempre più chiaro, l’unico freno che pensavo di avere era il mio cane!! Da quando ero via di casa Tito era il mio inseparabile compagno, la mia famiglia e nulla mi convinceva a lasciarlo solo per partire per 1 anno d’Erasmus in Spagna. Un giorno un’amica mi fece notare che la mia vita non sarebbe cambiata in un altro stato… sarei sempre stata una studentessa, sempre incasinata e sempre con il cane, gli addendi non mutavano quindi il risultato aveva molte probabilità di essere identico.
Fin da quando ero piccola mi immaginavo adulta con un cane (in realtà molti cani, gatti e cavalli… era pur sempre una fantasia) e quando la realtà si avvicinò a quella che era poco più di una fantasia, mi sembrò di essere arrivata ad un punto molto buono della mia vita. Avevo un cane, vivevo in un’altra città e studiavo all’università (sono dislessica, l’università era un obbiettivo non una certezza o un’opzione); eppure il senso di “andare via” rimaneva e non spariva, forse era qualcosa non legato esculsivamente ai luoghi che mi ricordavano un’adolescenza triste e deprimente.
Bella iniziativa a Bruxelles
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20 aprile 2011 |
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Condividiamo volentieri le parole, i gesti e i volti raccolti da un folto gruppo di giovani italiani che si sono riuniti il 9 aprile scorso a Bruxelles, aderendo alla manifestazione “Il nostro tempo è adesso“. Grazie a tutti!
Il nostro tempo è adesso – manifestazione a Bruxelles
Basta! L’invito di David
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17 aprile 2011 |
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Ci risiamo.
Lo voglio evitare, basta ancora politica in Italiana nel blog.
Troppe cose da raccontare, la prossima ultramaratona barefoot, la ripresa dalla frattura al piede dopo gli allenamenti massacranti, scalare lo 101 di Taipei, il nuovo progetto, il nuovo viaggio, vivere insomma.
Evito i giornali, i social network, resisto, sembro avercela fatta ma… ecco che durante una cena in un posto remotissimo della Cina, immancabilmente esce fuori da qualcuno che tu pensi non sappia nemmeno dove sia l’Italia:
“Che tipo quel vostro Berlusconi, prostitute minorenne, festini, bunga bunga, corruzione, massoneria. Ho sentito che ha appena cambiato ancora una legge per non finire in galera. Ma come fate a votarlo?”
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Un raccomandato mancato
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17 aprile 2011 |
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Da ormai sei anni vivo in giro per l’Europa, nell’ambito della consulenza informatica di alto livello (per quanti ne comprendano titoli e mansioni: Software Architect, Technical Project Manager e Solution Architect): sono partito da Bologna, città che ho amato molto, alla volta di Lussemburgo e da allora non sono più ritornato (se non per le vacanze).
Facendo una salto indietro nel racconto della mia storia personale, vi porgo innanzi una visione d’insieme sul mio background.
Provengo da una famiglia palermitana abbastanza importante, conosciuta e abbastanza “rispettata”: senatori, deputati, industriali e persino mio padre, ex presidente della Regione Siciliana e Ministro (nonché assessore alla sanità, che nel paradosso siciliano è la carica politica di maggiore importanza: quasi al di sopra del Presidente stesso).
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Il Mio Viaggio
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12 aprile 2011 |
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Anch’io partito. Tanti anni fa, era il 2000.
Chiamo casa tre continenti (Europa, Nord America, Asia).
Voglia di Viaggio, avventura, sentirmi vivo.
In Italia non mi sentivo vivo, troppa negatività’ pessimismo.
Gli Italiani pensano solo al presente, parlano solo al presente, al massimo ti diranno quello che faranno la settimana prossima, i loro sogni si fermano li.
Non c’ è futuro nel loro immaginario; non parlano di quello che faranno fra uno o due anni perché non concepiscono nulla di diverso: stesso lavoro, affetti, casa, luoghi, problemi.
Sono partito perché non sentivo il Paese più mio, politicamente, culturalmente, e moralmente e (a torto o ragione) non credevo nelle sue potenzialità di offrirmi una professione “professionale” non da schiavo.
“Going back”, il ritorno è un opzione sempre aperta per noi Expat ma più passa il tempo più mi accorgo che è una chimera nel nostro mmaginario, è folklore, non ci credo più; nemmeno io.
Non ne vedo le condizioni, i motivi.
Guardo un Paese abbruttito giorno dopo giorno da una classe dirigenziale pessima, grottesca; un Paese membro fondatore dell’Europa, il Paese di Pertini affondare nella monnezza di Napoli, in terremoti ancora sorgenti di lucro per gli sciacalli.
Non mi sento più a casa, non ho più nulla da dire, in comune con la mia gente, sempre più arrabbiata col mondo, malfidata, che non riesce ad integrarsi con gli stranieri che ormai popolano le sue strade che a loro volta non si integrano. Persone sconosciute in luoghi noti.
Forse sono io che sono cambiato. Sicuramente sono io che sono cambiato, forse per questo il “Going back” non ha senso ora, si scappa e si torna da e verso qualcosa; per una ragione, per provare un’emozione, una sensazione.
Ma io ci credo ancora nel mio Paese, per questo ho anche un blog in Italiano (Il Mio Viaggio) dove ripongo i miei pensieri, in Italiano, dove cerco di ricostruire il ponte che distrussi anni fa, chissa magari poi per ripercorrelo all’indietro.
David
Scrittore, Maratoneta
www.davidlucchetti.com
Torna.
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12 aprile 2011 |
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E sempre, come un amuleto, tengo i tuoi occhi
nella tasca interna del giubbotto
e tu tornerai dall’estero,
forse tornerai dall’estero.
E mi pare di vederti ancora, con la sciarpa che mettevi quando eravamo al liceo e andavamo in manifestazione a gridare gli slogan sotto le finestre di quelli che non ci ascoltavano, a tirare le uova. Di quando tu ed io eravamo giovani, adolescenti con i capelli spettinati ed abiti comprati ai mercati degli alternativi lungo i navigli, nei sabati pomeriggi degli inverni freddi e del cielo grigio di una Milano che sono sicuro tu abbia amato moltissimo, anche se non hai mai voluto ammetterlo.
I pomeriggi sui motorini e fuori dalla biblioteca a fumare le sigarette fatte a mano e i mangianastri con le cassette che ci passavamo e che duplicavi con il tuo stereo vecchio, che ascoltavamo nella macchina non catalitica di tua madre, di quando hai preso la patente e mi sei venuto a prendere fuori da scuola parcheggiando su un divieto di fermata, e i parcheggi quelli nei posti riservati ai residenti.
Rimane l’amarezza
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12 aprile 2011 |
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Sono appena tornata da Milano, dove ho partecipato, da ospite, alla puntata de L’Infedele su La7 dal titolo “I giovani viaggiatori della speranza”. L’impressione che purtroppo mi sono portata a casa è di amarezza, spiegherò il perché. Tenevo molto a questo appuntamento, mi ero preparata, ero addirittura preoccupata per una cosa così banale, ma che banale non è per chi vive da tempo fuori dall’Italia, come l’abbigliamento. So che in molti mi capiranno: in Italia, più che altrove, conta l’apparenza quasi più che la sostanza. Ieri sera ho avuto modo di confermare questa convinzione.
Risolto il futile e inutile dubbio sul look, mi sono preparata a parlare della mia esperienza, a spiegare perché tanti giovani italiani se ne vanno dal loro Paese, mentre molti altri giovani provenienti da zone meno fortunate, come ha sottolineato più volte Gian Antonio Stella durante la puntata, rischiano la vita in un barcone per raggiungere le nostre coste. La differenza tra noi e loro è abissale, eppure, in entrambi i casi le condizioni di partenza sono preoccupanti. E preoccupante è il modo in cui queste condizioni sono state trattate nel corso della puntata di ieri sera.
Avrei voluto dirlo, non ci sono riuscita. Avrei voluto dire, per esempio, che anche il modo in cui sono stata presentata dal conduttore era sbagliato: non sono una blogger e questo sito non si chiama “Vivi altrove”. Non è una domanda, né un imperativo, è un’affermazione, in prima persona, il titolo del sito che è nato dalla pubblicazione del mio libro “Vivo altrove” (che peraltro non è nemmeno stato nominato). Sono una giornalista, e scrittrice, se ha un senso distinguere queste due professioni. Mi ha fatto sorridere il modo in cui è stata presentata anche Michela Murgia: “Giovane (è del ’72…), MA grande scrittrice”. Questa affermazione, quella piccola sillaba “ma”, ha fatto sorridere, di amarezza, me e il piccolo gruppo di giovani, ex o attuali stagisti, che mi stavano attorno: tutti relegati in un angolo dello studio. A volte, non solo le parole, ma anche le immagini, e pure la distribuzione spaziale, hanno un senso ben preciso, ancorché involontario, ancorché subdolo. Di fronte a noi “giovani precari”, dall’altra parte della platea, c’era un manipolo di personaggi con giacca nera e fazzoletto verde all’occhiello, una specie di claque dell’onorevole leghista Andrea Gibelli: la simbologia era chiara, contrapposta in modo plastico e simbolico.
Le parole, si diceva, hanno un peso specifico molto importante. Quel piccolo “ma”, messo da Gad Lerner, voglio sperare in modo involontario (e forse anche qui sta il punto…), dopo la parola “giovane” e prima delle parole “grande scrittrice” è stato come un pugno nello stomaco. Noi “giovani”, tutti seduti composti nella parte sinistra dello schermo, abbiamo fatto un salto sulla sedia. Abbiamo sussultato solo noi, d’altronde il resto dei presenti in studio probabilmente non ci ha fatto nemmeno caso. Perché è proprio questo il giro di volta, la spiegazione che è mancata ieri sera: noi ce ne andiamo dall’Italia anche e soprattutto perché è questo l’unico Paese in cui essere giovani preclude la possibilità di essere “grandi scrittori”, “grandi medici”, “grandi architetti”… Quanti anni aveva Kafka quando ha scritto “La metamorfosi”? Trenta, uno meno degli anni che ho io in questo momento. Non era già uno scrittore geniale, un grande scrittore? Quanti anni ha Zapatero, che la settimana scorsa ha annunciato la sua uscita dalla politica? Quarant’otto: si dirà che era giovane, ma…?
Ci pensavo stamattina, all’alba, mentre aspettavo in albergo che Michela Murgia mi raggiungesse per la colazione. Leggevo una bella intervista a Javier Cercas (classe 1962) che Elisabetta Rosaspina pubblica oggi nel Corriere della Sera. La frase che più mi ha colpito dell’autore di “Soldati di Salamina” appare nel sottotitolo: “uno scrittore può mancare di esperienze di vita, non di letture”. Un grande scrittore, un grande medico, un grande architetto… non è grande perché ha vissuto a lungo, è grande perché, tuttalpiù, ha investito molto tempo nella sua preparazione, nello studio, nella formazione. Essere giovani eppure bravi nel proprio mestiere non è impossibile, lo dimostrano le centinaia di storie che ho raccolto negli ultimi anni. Altrove è possibile, in Italia, se siamo messi così, pare proprio di no. Quando Michela mi ha raggiunto, stamattina, per la colazione, ancora non aveva riflettuto sulla piccola svista, quella piccola sillaba pronunciata da Lerner durante la sua presentazione, ma sono sicura che nemmeno a lei ha fatto molto piacere. “La televisione è così”, mi ha detto Michela. La stessa frase me l’ha detta, ieri sera, poco prima di andare a dormire, Omeya Seddik, politologo e ricercatore tunisino che fino a pochi mesi fa viveva in Francia e ha recentemente deciso di rimpatriare, sull’onda dell’euforia che il suo Paese vive da qualche mese. Sì, mi sono detta, la televisione è così. Ma è un peccato che anche in una trasmissione seria, condotta da un “grande giornalista”, si ascoltino cose di questo tipo e non si possa nemmeno avere il diritto di replica. Anche solo per spiegare che c’è stato un errore, che noi giovani relegati in quell’angolo di video avevamo voglia si spiegare a Gibelli che non aveva capito niente, di dire che io me ne sono andata dal Veneto (dalla città in cui governerà di nuovo, nel caso qualcuno pensi che negli ultimi anni non l’ha fatto comunque, il personaggio quanto meno imbarazzante che tuonava in trasmissione da una registrazione di Radio Padania) anche perché a sopportare questa situazione non ce la facevo più. Sono un’erede dell’Orda di veneti con la valigia di cartone che, come ha raccontato splendidamente Stella in uno dei suoi tantissimi libri, ha letteralmente invaso l’America nel secolo scorso. E non me ne vergogno. Non mi vergogno di dire che ben vengano i tunisini, se sono disposti ad accettare questi compromessi, ad essere considerati un’Orda, uno Tsunami (a proposito, qualcuno spieghi per favore ai redattori della Padania cosa vuol dire questa parola). E non mi vergogno a sperare che proprio da lì, dalla sponda Sud del Mediterraneo, arrivi l’energia che manca a noi giovani italiani per sconfiggere questi pregiudizi. Non ce l’abbiamo questa energia, si è dimostrato nella manifestazione, spoglia, di sabato scorso. Che venga da lì: Orda nordafricana, evidentemente abbiamo proprio bisogno di voi.