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Articoli pubblicati nel mese di febbraio 2011
CONCORSO VUELING: Aosta – Parigi andata e ritorno, la storia di Francesca
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28 febbraio 2011 |
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C’è chi resta e c’è chi va. Non sempre ci sono buoni motivi per una scelta o per l’altra. A volte sono le circostanze, in alcuni casi è l’amore per qualcuno che ti spinge a partire o a restare, altre volte alla base di tutto c’è la scoperta di un punto di vista che prediligi per osservare il mondo. In quest’ultimo caso puoi partire o fermarti senza che la tua vita cambi un granché. Per me, ad esempio, è così. Ho la mia videocamera per viaggiare anche da ferma.
Quando ho iniziato a pensare al documentario Il mio quartiere si chiama Europa mi è venuto in mente che raccontare la storia di un quartiere, anche di un quartiere piccolo in una piccola città come Aosta, significa provare a rivelare gli intrecci tra tante vite diverse, tra persone che nemmeno si conoscono, anche se hanno camminato o camminano per le stesse strade. Dal momento che il quartiere in questione è stato per molto tempo caratterizzato da una forte presenza di immigrati provenienti da varie regioni italiane, mi è venuto naturale pensarlo come un “altrove” in cui a molti, in epoche diverse, è capitato di venire a vivere. L’incontro con Tania, proprio in quel quartiere, e con la sua esperienza di emigrazione post laurea a Parigi mi ha fatto capire che dopo un “altrove” ce n’è sempre un altro, che la medesima città, che rappresenta la meta di qualcuno, è per altri la casa da lasciare appena possibile con in tasca il sogno di una vita diversa e migliore, di un posto nuovo in cui stare.
Il fatto poi che questo quartiere, in questa piccola città del nord ovest italiano, si chiami “Europa” mi è subito sembrato un segno. In fondo, l’Europa nella sua astrattezza di entità politico-economica è anche il vasto territorio in cui ci è dato muoverci senza passaporto. Insomma, è la nostra California, un sogno di libertà a portata di mano. Prima c’era l’Italia e gli spostamenti da sud a nord, da est a ovest. Ora l’Europa ha dilatato i nostri confini mentali: partiamo ma contemporaneamente restiamo a casa.
Sarà, sì, anche una questione di “futuro rubato” ai giovani italiani, ma mettendo a confronto i racconti di emigrazione di un tempo con quelle dei ragazzi di oggi mi saltano agli occhi i tratti comuni, le aspirazioni simili al momento della partenza, il gusto per il nuovo, la fatica di una lingua diversa, le difficoltà ma anche la gioia e l’orgoglio di inserirsi nel posto in cui, per lavoro o libera scelta, ci si è trovati a vivere.
Tania e gli altri immigrati che sto ascoltando per realizzare il mio documentario mi hanno regalato un lessico provvisorio in cui è bandita la parola “straniero”, che invece grava come un pesante fardello sulle spalle dei cosiddetti “extracomunitari”. E altre parole come “casa” e “qui”, che indica sempre e comunque un presente lontano dalla terra d’origine, tracciano confini certi ma difficili da decodificare. “Ne vale la pena” è alla fine, secondo me, il motto che meglio riassume una irrequietezza che, forse, come sosteneva Bruce Chatwin, caratterizza da sempre gli esseri umani ed è anche la “ragione” di tanti migranti di ieri e di oggi che mi piacerebbe riuscire a raccontare.
Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar
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25 febbraio 2011 |
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Ho iniziato l’università armata di ottime intenzioni e ancora convinta che la preparazione, lo studio e la mia passione per le lingue sarebbero bastati ad assicurarmi un posto nel mondo della traduzione. Dopo un anno passato là dentro, ho iniziato a realizzare che quello che avevo in mente era molto bello, ma in pratica quasi irrealizzabile. Vedevo professori più che 35enni precari, costretti a tradurre libri a nome di altri senza neppure venir citati nell’ultima pagina o a fare 3 lavori per potersi permettere di sopravvivere senza lasciar quel tanto agognato posto da collaboratore. Lo scontro con la realtà è stato talmente violento da spingermi a cercare di laurearmi il più in fretta possibile, disgustata da quello che vedevo e sentivo intorno me. Per fortuna, un amore profondo per quello che studiavo e alcuni ottimi insegnanti hanno permesso alla mia passione di restare intatta.
Mi sono laureata l’8 maggio 2009 con una tesi sul Don Chisciotte e il suo influsso sulla letteratura inglese del 1700. Tesi che la mia relatrice a mala pena conosceva, tanto era stato il suo disinteresse per me che non volevo un titolo su cui lavorare, ma una collaborazione per sviluppare un tema che già avevo.
Due mesi dopo ho trovato lavoro in un’azienda agricola, come commerciale estero. In realtà quello che facevo era tutto all’infuori del mio lavoro; l’azienda era molto piccola e io dovevo arrangiarmi. Ma andava bene, mi dicevo, è il primo lavoro. Con il passare dei mesi però ho iniziato a sentire un rumore di fondo che si faceva sempre più forte e mi diceva: Non sei felice. Già, non sei felice? E cosa ti manca? Hai un lavoro, una casa, amici, famiglia. E’ possibile sentirsi in colpa per la propria insoddisfazione? Ho iniziato a guadarmi intorno e a mandare curriculum ad altre aziende. Ogni giorno aprivo la mia casella di posta e trovavo decine di rifiuti ma continuavo. Finchè a maggio 2010 non sono stata contattata da un’altra azienda, più grande, più prestigiosa, dove finalmente avrei iniziato a fare il lavoro che sognavo. A giugno avevo iniziato la nuova avventura lavorativa. Il tempo di adattarmi e mi sono accorta che quello che mi veniva chiesto era di prendermi le mie responsabilità per i problemi e lasciare i meriti agli altri. Ed ecco che è iniziato di nuovo quel rumore di fondo.
Un giorno di agosto è arrivato Antonio. Sommelier, italiano, a Barcellona da 6 anni. Ci siamo visti, conosciuti, poi rivisti e innamorati e a novembre è arrivata la decisione di trasferirmi. Senza ansie o angosce, consapevole che è semplicemente lo “sforzo” necessario a raggiungere la mia felicità. Che non è fatta solo di uno stipendio fisso, di amici che a volte ti vanno stretti, di un posto che ami ma che ti soffoca, di soddisfazioni lavorative che non arrivano nonostante la dedizione e l’impegno.
Ho ripercorso gli stessi schemi, dall’università al lavoro. Tanta noncuranza, tante pretese di gratitudine e poca concretezza. Ora più che mai guardo i miei luoghi e il mio Paese che amo e non mi ci riconosco più, non trovo più il mio posto lì. Se c’è, è perchè l’ha creato l’abitudine. Tante, troppe, persone capaci, appassionate, costrette a fuggire o a rassegnarsi e dover ringraziare chi dà loro un qualsiasi lavoro, qualunque esso sia. Tante altre contente del loro stipendio fisso a fine o inizio mese da spendere in vestiti, auto, moto, trucchi, scarpe.
Io ancora non vivo altrove, anche se ormai testa e cuore sono già dall’altra parte del Mediterraneo occidentale.
Ci vivrò dal 7 maggio 2011.
E mi fa sorridere l’ironia intrinseca della vita.
Concorso Vueling – Viaggio di un amore
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23 febbraio 2011 |
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Non sono italiano, sono spagnolo di Barcellona, ma scrivo in nome di una donna italiana di 29 anni. Ho iniziato a imparare l’italiano con lei, 7 anni fa quando lei è venuta in Erasmus a Barcellona, quando ci siamo conosciuti per casualità del destino. Abbiamo vissuto a Barcellona una storia intensa, romantica, incredibile, unica per noi di 10 mesi. A luglio lei se ne andata, è tornata a Roma dove lei studiava. Non ho potuto fare in meno che lasciare il lavoro è andare a vivere a Roma. Due anni intensi, ma non ce l’ho fatta, sono stato lì con una borsa di studio e me ne sono reso conto delle difficoltà lavorative di Roma. Sono tornato a Barcellona a lavorare. Dopo, tre anni di viaggi con l’aereo, ogni due settimane Barcellona-Roma. Ho fatto un grupetto di amici abituali dell’aereo.È stato duro per me e per lei. Ogni volta che me ne andavo la mattina di lunedì per andare a lavorare a Barcellona, c’era una tristezza profonda, un vuoto dentro lo stomaco. Durante tre anni. Lei rimaneva in bagno, non voleva accompagnarmi alla porta, a volte piangeva e non voleva che io vedesse le sue lacrime. Sapevamo che ci dovevamo vedere due settimane dopo ma non era sufficente. C’era qualcosa che non ci permeteva stare felici. Forse un futuro indeterminato, incerto, pieno di paure e di difficoltà per la lontananza. Io lavoravo a Barcellona, lei a Roma. Come si poteva fare? Dopo un bel estate abbiamo deciso che lei veniva a Barcellona a vivere, insieme. Adesso stiamo vivendo da un anno a Barcellona. Lei è unica, soridente, bella, illuminante per me. Non sapiamo cosa sucederà in un futuro, forse torneremo con delle condizioni diverse. L’unica cosa che sapiamo e che a fine luglio ci sposiamo. Ho voglia di vedere la mia futura moglie soridente con il vestito da sposa che si avvicina verso l’altare. L’italiano l’ho imparato con lei e questo racconto è dedicato ad Alessandra bella.
Concorso Vueling – Il Cairo. Interrogatorio della Vita
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22 febbraio 2011 |
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Premessa
Le Motivazioni Ufficiali (M.U.) sono una commissione di burocrati in abito scuro; l’autore non fornisce indicazioni sull’aspetto della Vita, spetta al lettore l’arduo compito di immaginare.
M.U. Dove risiede?
Vita Al Cairo.
M.U. Da quanto tempo?
Vita Da un anno e qualcosa.
M.U. Precisi “qualcosa”.
Vita Dal mese di ottobre del 2009, ma sono tornata in Italia due volte nel frattempo.
M.U. Lasciamo perdere i dettagli temporali, la Sua vaghezza ci farà solo perdere tempo. Ci dica piuttosto per quale motivo vive all’estero.
Vita Non lo so, è successo e basta.
M.U. Lei è davanti alla commissione delle Motivazioni Ufficiali. È tenuta a fornirci una spiegazione coerente.
Vita Sono nata e cresciuta in Valle d’Aosta. Ho studiato Arabo e Studi islamici a Napoli. Sono venuta una prima volta qui per migliorare la lingua. Sono tornata questa volta per scrivere la mia tesi di laurea sull’arte contemporanea in Egitto. È tutto molto coerente, non è vero?
M.U. Non sia insolente, e non faccia domande alla commissione, per cortesia. Ci è stato riportato che la maggior parte del Suo tempo non è dedicato alla realizzazione delle attività che ha appena elencato. Perché?
Vita Ci sono tante altre cose che hanno senso per me, qui come altrove. E ce ne sono pure parecchie che non hanno senso, ma che comunque non riesco a non fare.
M.U. Ci fornisca alcuni esempi per entrambe le categorie: le cosiddette “cose” dotate di senso, e quelle prive di significato.
Vita Le relazioni hanno senso. Sono qui da poco più di un anno, e ammetto che ho bisogno di parecchio tempo per costruire dei rapporti. Ma ci sono alcune persone, stanno nel palmo della mia mano, senza le quali starei peggio. E poi c’è la città. So bene che di per sé non è un’attività, ma passare le ore a vagare per le sue strade, sedermi nei suoi caffè, inventarmi la vita degli sconosciuti, sono tutte cose che, mettetemi dove volete, continuerò a fare. E adesso c’è la Rivoluzione, ma mi fa strano parlarne a voi.
M.U. Torneremo alla “Rivoluzione” tra poco. Ci faccia ora degli esempi per le cose prive di senso.
Vita Dormo una media di dieci ore a notte, sto troppo tempo al computer, non mi occupo mai della casa e della biancheria e quando lo faccio mi dilungo. E poi c’è il traffico, perdo ore a leggere i numeri delle targhe senza nemmeno farci caso, a tradurre enormi cartelloni pubblicitari.
M.U. E tutte queste inutili attività, non le potrebbe svolgere altrettanto inutilmente anche in Italia?
Vita Credo di sì.
M.U. (un membro della commissione prende nota dell’ultima risposta). Bene, torniamo alla “Rivoluzione”. Perché avrebbe senso per Lei, che proviene da una famiglia benestante italiana e che è parzialmente mantenuta da fondi pubblici per scrivere la Sua tesi ma che nel frattempo trascorre la maggior parte del tempo in altre attività? Si sente meglio a giocare alla rivoluzionaria?
Vita Non ho giocato, non ho fatto granché se è per questo. Ho solo preferito vivere dall’interno, per come ho potuto, uno dei momenti più liberatori della storia di questo paese. Ma come dicevo prima non mi va di parlarne con voi: avete bisogno di immagini forti, di epica, non sono in grado di narrarla.
M.U. La Sua reticenza a parlare non la aiuterà per niente. Può lasciare la stanza, la commissione si riunirà per discutere e valutare la Sua storia.
La Vita esce.
M.U. Ragazzi, io non so voi ma per me la Vita è una fallita. Se lo sapesse suo padre… Vedremo al prossimo interrogatorio se migliora. Mi dispiace, perché le capacità ci sono, il punto è che non si impegna abbastanza.
Concorso Vuleing – Scheggie Svizzere e non solo
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22 febbraio 2011 |
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Scheggie Svizzere
Scheggia N.0
In cima alla Oxo Tower brindo al panorama notturno di Londra . Dopo due anni a Londra domani si parte per la Svizzera. Mi ero ormai abituata e mi mancheà; le nuove abitudini si costruiscono in fretta e così è ‘stato con la mia prima esperienza da emigrante, spostata dalla mia azienda nel gennaio 2007.
Spostata? Ebbene, sì: spostata anche se il termine corretto ed ufficiale corretto è “trasferita”. Una non- scelta, accettata per necessità, un terremoto nella mia vita che in realtà ha avuto i suoi risvolti positivi. Quali? Diciamo come ristrutturare una vecchia casa… si vende meglio. Ho un ex- marito, un figlio e un cane, tutti a Milano meno la sottoscritta, una Italiana residente all’estero che tutti tra amici e famiglia vorrebbero capire perché ha fatto questa scelta.
Scheggia N.1
Guardo perplessa il cartone, uno fra tanti e uno fra cento da aprire e sistemare. Il tutto è arrivato martedì da Londra con il camion dei traslochi, attraverso la Manica, lungo l’Europa piovosa per essere scaricato a Nyon, in Svizzera. Oggi è già sabato, non ho avuto mai tempo di sistemare. Fuori il sole e l’aria frizzante di settembre danno energia e la voglia di tirare fuori tutto dai cartoni, sistemare, piantare chiodi, montare mobili Ikea per poi uscire in esplorazione dei nuovi territori. Suonano alla porta. Saranno i nuovi vicini, gentili, magari vogliono darmi il benvenuto o qualche consiglio. Apro. Due signori, giacca e cravatta, tonalità molto grigie, il sorriso grigio, mi salutano: “Bienvenue en Suisse”. Al mio sguardo perplesso, gentilmente mi mostrano un libro sulla Depressione Femminile e me lo offrono ad un prezzo scontato. Richiudo la porta e cerco il cartone con le bottiglie dei superalcolici, non si sa mai.
Scheggia N.2
Ieri sera ho perso le chiavi di casa ma alla mia seconda esperienza da emigrante sono più preparata e no problem, ho una chiave di riserva in ufficio. Torno alle undici di sera in ufficio, le prendo e tutto è risolto. Mentre guido penso a due anni prima, la mia prima settimana a Londra, situazione identica ma nessuna chiave di riserva e con lo spettro di passare la notte di febbraio in auto. Poi la fortuna mi aveva assistito e nel buio, a carponi sul ghiaietto davanti a casa, le avevo trovate dove le avevo perse, al mattino , salendo in auto.
Tutto finito bene a parte l’anziana vicina di casa che mi aveva tolto il saluto, convinta di avere a che fare con una emigrante alcolizzata.
Scheggia N. 3
C’è l’entusiasmo e la solidarietà di un gruppo di Italiani emigrati, nomadi del mondo lavorativo moderno. Ci si consiglia, ci si aiuta e ci si invita a cena, per stare assieme e anche rilassarsi parlando la propria lingua.
Un unico problema: sono qui da poco più di un mese, sono stata invitata alla nona cena e so che cosa mi attende.
È pur vero che anch’io l’ho fatto sull’onda della novità. Sono andata da Migros e l’ho comprato. Che cosa? Il “caquelon“ per la fondue al formaggio. Stasera sarà la nona fondue al formaggio.
Scheggia N. 4
L’iniziare una nuova vita in un nuovo paese richiede prenderla con molta filosofia, un pizzico di fantasia e molto problem solving. Sono single e quindi il socializzare è leggeremente più complicato che non per una famiglia con figli piccoli. Le mie colleghe con famiglia hanno risolto iniziando a frequentare i genitori dei compagni di scuola e di sport dei figli. Non sono neppure più tanto giovane e l’idea della disco o il music pub di sabato è da escludere.
Quindi rimane la palestra, lo sport, il Pilates, i corsi di lingue, le gite e chi più ne ha più ne metta.
Ma dannazione, che ci faccio al più improbabile dei corsi Migros di cucina Malese con quattro zittelle Svizzere, un giovanotto Tedesco triste triste e l’ insegnante Tunisina?
Scheggia N. 5
L’emigrante di un tempo era veramente lontano e stradicato, non aiutato dai mezzi di comunicazione ora a disposizione del vagabondo moderno.
Internet, cellulari, skype, email, network sociali come Facebook, l’accesso a canali televisivi non solo locali sono un modo di tenersi in contatto, di non perdere la rete sociale che ci si è lasciati alle spalle, la possibilià di non tagliare completamente i ponti.
Scheggia N.6
Guardo fuori dalla finestra dell’ufficio e vedo che l’autostrada A1 che porta da Lausanne a Ginevra è come al solito bloccata da un incidente. Io ho una mia teoria su perché succede così spesso. I cantoni del Vaud e di Ginevra sono una terra ad alta immigrazione, una babele di nazionalità differenti. Mettete tutti sulla stessa strada et voilà, ognuno guiderà con una interpretazione leggermente diversa delle regole e del bon ton di guida. Metti un Inglese, convinto che nessuno gli taglierà la strada, accanto ad un’auto guidata da un Francese o Italiano un po’ troppo disinvolto e l’incidente è assicurato.
Scheggia N. 7
On the road again, sto guidando lungo l’Autoroute Du Mont Blanc con musica a palla. È una splendida giornata autunnale, il cielo blu intenso, i colori accesi dell’autunno e il massiccio del Monte Bianco proprio di fronte. Ho già fatto questa strada più volte da quando mi sono trasferita in Svizzera ma oggi ne ho una maggiore consapevolezza e tanti interrogativi. Mi chiedo se questa condizione esistenziale di nomade in fondo non mi piaccia. Nel futuro quando mi stabilizzerò in un posto, quanto questo mi finirà con il stare stretto? Si può essere felice a guidare 356 KM Nyon –Milano e poi ritorno? Sì, si può anche perché “la maggior parte di chi viaggia, viaggia per tornare indietro“ come afferma Montaigne. Ma quello che non si sa è qual è “il vero viaggio di ritorno”.
Il Cairo. Interrogatorio delle Motivazioni Ufficiali alla Vita
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16 febbraio 2011 |
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Premessa
Le Motivazioni Ufficiali (M.U.) sono una commissione di burocrati in abito scuro; l’autore non fornisce indicazioni sull’aspetto della Vita, spetta al lettore l’arduo compito di immaginare.
M.U. Dove risiede?
Vita Al Cairo.
M.U. Da quanto tempo?
Vita Da un anno e qualcosa.
M.U. Precisi “qualcosa”.
Vita Dal mese di ottobre del 2009, ma sono tornata in Italia due volte nel frattempo.
M.U. Lasciamo perdere i dettagli temporali, la Sua vaghezza ci farà solo perdere tempo. Ci dica piuttosto per quale motivo vive all’estero.
Vita Non lo so, è successo e basta.
M.U. Lei è davanti alla commissione delle Motivazioni Ufficiali. È tenuta a fornirci una spiegazione coerente.
Vita Sono nata e cresciuta in Valle d’Aosta. Ho studiato Arabo e Studi islamici a Napoli. Sono venuta una prima volta qui per migliorare la lingua. Sono tornata questa volta per scrivere la mia tesi di laurea sull’arte contemporanea in Egitto. È tutto molto coerente, non è vero?
M.U. Non sia insolente, e non faccia domande alla commissione, per cortesia. Ci è stato riportato che la maggior parte del Suo tempo non è dedicato alla realizzazione delle attività che ha appena elencato. Perché?
Vita Ci sono tante altre cose che hanno senso per me, qui come altrove. E ce ne sono pure parecchie che non hanno senso, ma che comunque non riesco a non fare.
M.U. Ci fornisca alcuni esempi per entrambe le categorie: le cosiddette “cose” dotate di senso, e quelle prive di significato.
Vita Le relazioni hanno senso. Sono qui da poco più di un anno, e ammetto che ho bisogno di parecchio tempo per costruire dei rapporti. Ma ci sono alcune persone, stanno nel palmo della mia mano, senza le quali starei peggio. E poi c’è la città. So bene che di per sé non è un’attività, ma passare le ore a vagare per le sue strade, sedermi nei suoi caffè, inventarmi la vita degli sconosciuti, sono tutte cose che, mettetemi dove volete, continuerò a fare. E adesso c’è la Rivoluzione, ma mi fa strano parlarne a voi.
M.U. Torneremo alla “Rivoluzione” tra poco. Ci faccia ora degli esempi per le cose prive di senso.
Vita Dormo una media di dieci ore a notte, sto troppo tempo al computer, non mi occupo mai della casa e della biancheria e quando lo faccio mi dilungo. E poi c’è il traffico, perdo ore a leggere i numeri delle targhe senza nemmeno farci caso, a tradurre enormi cartelloni pubblicitari.
M.U. E tutte queste inutili attività, non le potrebbe svolgere altrettanto inutilmente anche in Italia?
Vita Credo di sì.
M.U. (un membro della commissione prende nota dell’ultima risposta). Bene, torniamo alla “Rivoluzione”. Perché avrebbe senso per Lei, che proviene da una famiglia benestante italiana e che è parzialmente mantenuta da fondi pubblici per scrivere la Sua tesi ma che nel frattempo trascorre la maggior parte del tempo in altre attività? Si sente meglio a giocare alla rivoluzionaria?
Vita Non ho giocato, non ho fatto granché se è per questo. Ho solo preferito vivere dall’interno, per come ho potuto, uno dei momenti più liberatori della storia di questo paese. Ma come dicevo prima non mi va di parlarne con voi: avete bisogno di immagini forti, di epica, non sono in grado di narrarla.
M.U. La Sua reticenza a parlare non la aiuterà per niente. Può lasciare la stanza, la commissione si riunirà per discutere e valutare la Sua storia.
La Vita esce.
M.U. Ragazzi, io non so voi ma per me la Vita è una fallita. Se lo sapesse suo padre… Vedremo al prossimo interrogatorio se migliora. Mi dispiace, perché le capacità ci sono, il punto è che non si impegna abbastanza.
Incontro a Ginevra: 2 marzo 2011
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15 febbraio 2011 |
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Riportiamo il testo e l’invito degli amici di Cultura Italia per l’incontro che si svolgerà a Ginevra mercoledì 2 marzo alle ore 20 dal titolo
Italiani senza frontiere.
Qui sotto il testo e la locandina dell’evento, che potete sottoscrivere anche su Facebook:
Cultura Italia – sans frontières, in collaborazione con il Consolato d’Italia a Ginevra e il sostegno della Ville de Genève, organizza un appassionante dibattito sulla nuova emigrazione italiana a Ginevra: chi sono, perchè sono partiti, cosa si aspettano da Ginevra?
Per tutti un invito a partecipare, a raccontare la propria storia, e a offrire suggerimenti e spunti di riflessione sul tema.
Interverranno come ospiti d’eccezione:
- Sandrine Salerno: sindaco di Ginevra, esperta in politiche migratorie www.maire-de-geneve.ch/site/
- Claudia Cucchiarato: giornalista, autrice del libro e blog: “Vivo altrove” www.vivoaltrove.it
- Alberto Colella: Console generale d’Italia a Ginevra www.consginevra.esteri.it/Consolato_Ginevra
In preparazione all’incontro, vi invitiamo a compilare – in modo anonimo – il sondaggio di Cultura Italia destinato a delineare il profilo degli italiani arrivati a Ginevra dal 1995 a oggi: www.culturaitalia.ch/sondaggio
A fine incontro sarà offerto un rinfresco.
Concorso Vueling: Catalunya- Andalucia andata e ritorno
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15 febbraio 2011 |
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L’8 dicembre 2008 avevo ricevuto la notizia che il mio ex con cui avevo passato 8 anni della mia vita si era messo insieme ad un’altra, 2 mesi dopo avermi lasciato. Naufragavo nelle mie stesse lacrime. Poi 3 giorni dopo una mail: avevo vinto 1 stage Mae Crui all’ l’Istituto Italiano di Cultura di Barcelona.
Dal 2004 Bcn era la mia patria spirituale, la Spagna in generale. 4 anni di vacanze concentrate sempre su un’unica meta: penisola Iberica.
Così, mi era sembrato un segno del destino quella possibilità che mi si presentava a 4 giorni dalla “disfatta”. Avevo 3 giorni per decidere. E tra le urla di mio nonno che non voleva partissi, le lacrime di mia mamma, e i “devi andarci” di mio padre, in 10 giorni ho prenotato un volo Myair Bari-Bcn, trovato casa su Loquo, senza sapere quello che mi avrebbe aspettato al mio arrivo, se non una ragazza catalana che faceva la directora de arte, e aveva un gatto, mi aveva fatto fare il “casting” per futura compi de piso, via msn, e mi aveva accettato solo quando aveva saputo che anch’io ero una fumatrice!
Sono arrivata al Prat domenica 11 gennaio 2009, col mio spagnolo un po’ arrugginito del liceo; a casa la mia coinquilina era tornata poche ore prima dalla noche barcellonese e mi aveva accolto mezza addormentata col gatto Pinker saltatomi addosso per darmi il benvenuto.
E così è iniziata la mia nuova vita in Catalunya. Ero felice e stranamente mi sono sentita a casa da subito.
Sono arrivata lì che conoscevo 2 persone 2 (un ex collega di università e la sua ragazza) e 4 mesi dopo sono tornata a casa con una valigia piena di amici nuovi, dall’Italia alla Spagna, al resto d’Europa e del mondo, con una storia finita male con un “Catalan malefico”, e a leccarmi le ferite non ci ho pensato minimamente; ho imparato a capire il Catalano, che oggi a distanza di 2 anni continuo a studiare sul sito della Generalitat de Catalunya. In 4 mesi ho vissuto quello che in 26 anni non mi era mai capitato. Barcelona mi aveva salvato dal baratro, da un periodo della mia vita in cui non sapevo e non volevo far nulla.
A luglio dello stesso anno, sono “finita” con una borsa Leonardo a Tarifa, nella pigra Andalucia, per lavorare in un Ufficio del Turismo. E lì mi sono innamorata di nuovo: di quella terra, di quel paesino diviso tra Mediterraneo e Atlantico, con le sue spiagge battute dal Levante, tanto vicine all’amato Marocco, di quella gente di passaggio con cui passare una serata a scambiarsi culture diverse e sogni. Lì ho trovato una nuova famiglia: i miei 3 coinquilini, un sardo, un siciliano e una francese. E poi, un Nonno che gestisce il bar dove ho passato le mie notti di 4 mesi, fidanzati, amici, fotografie, lacrime.
Ci sono tornata, a Barcelona, e poi a Tarifa, 2 settimane fa per festeggiare il mio 28° compleanno.
Oggi “Vivo altrove”. Quando la gente mi incontra per strada mi chiede sempre la stessa cosa: “Ah, sei qui in Puglia? Quanto ti fermi? Quando riparti per la Spagna?”. Questa domanda mi distrugge. Ho il cuore diviso tra Catalunya e Andalucia. Il mio progetto è tornare per viverci. Lo sguardo è fermo su quella terra, che alla mia famiglia sembra essere un altrove, ma per me è quella che considero CASA.
Concorso Vueling: la storia di Simona
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13 febbraio 2011 |
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Voi ricodate il G8 di Genova? Quella è stata la prima volta che l’Italia mi ha disgustata.
Poi mi sono laureta e sono andata a Londra. Mi è sembrata un’idea migliore prendere un aereo e trasferirmi lì con 1500 euro, in un paese straniero dove non conoscevo nessuno, che provare a entrare nel mercaro del lavoro italiano. Troppe erano le storie di delusione e umiliazione di chi cercava di iniziare la propria vita lavorativa e si trovava a mendicare uno stipendio più simile a un rimborso spese che a un vero salario.
Ma non è solo per questo che lasciavo l’Italia. Ho lasciato il mio paese perché a 24 anni mi faceva sentire vecchia. Sentivo che l’intelligenza e la voglia di fare di tante persone giovani e meno giovani era semplicemente rifiutata da un paese che per lo più produce persone rassegnate a restare a galla. Per un certo periodo ho avuto un sogno ricorrente: correvo, a un certo punto mi fermavo stanchissima e mi sentivo felice.
Trovare un buon lavoro che mi piacesse, fare carriera, pagare le bollette, viaggiare non è stato faticoso. Sentire di crescere, di avere una direzione e uno scopo nella vita, sentirmi valorizza e orgogliosa di cosa stessi facendo per me stessa è stato facile. Essere felice è stato facilissimo.
Perché alle volte certe cose è più difficile pensarle e dirle che farle. Come lasciare il tuo paese e iniziare la tua vita adulta in un altro.
Perché lottare continuamente contro un sistema e un paese come l’Italia è strenuante e ti succhia la vita se sei una persona come me. Perché accettare le pecche, gli errori, le abitudini vergognose di un paese che non è il tuo è più facile. Perché rassegnarsi di fronte allo stato delle cose come stanno è sbagliato ma se non si ha il tempo, la voglia o la capcità di cambiarle è giusto scegliere almeno di non doverle sopportare.
Ogni tanto mi sento un po’ triste.
Quando rifletto su come sia arrivata dove sono ora e mi rendo conto che l’Italia non mi manca molto.
Quando ci ritorno e rimango per qualche giorno di troppo. Passate le 72 ore di permanenza su suolo italico iniziano a irritarmi le solite cose: alcune banalità sentite nelle conversaioni sui treni; ascoltare l’ennessima storia di abuso, precarietà e fatica inaudita sul luogo di lavoro che in Italia sembra la norma come tenere i cereali sulla scrivania per la colazione è la norma a Londra; i telegiornali.
Mi sento triste quando penso che forse un giorno avrò dei figli e quasi sicuramente non studieranno mai la Divina Commedia, soprattutto quell’edizione stupenda che ho studiato alle medie.
E quando ogni tanto mi ricordo che inizialmente pensavo di lasciare il paese per fare esperienza, imparare cose utili per tentare di migliorarlo una volta tornata mentre invece adesso penso che tornare a cambiare le cose non valga più la pena perché sono troppo impegnata a vivere e essere felice.
Concorso Vueling – Lo strano caso di Anna: una straniera con una metà senza meta
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5 febbraio 2011 |
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Volevo fare il medico, avevo appena la maggiore età e non sapevo bene dove stessi andando e se ne fossi veramente convinta. Mi ricordavo di quel Visconte Dimezzato di cui avevo letto a scuola: mi sentivo a metà e conoscevo solo la metà di me che non condividevo, l’altra la volevo scoprire tramite un’altra città.
Gorizia-per-studio, Trieste-per-respirare, Sanremo-per-sognare-in-grande, Nizza-per-sentirmi-persa, Abu Dhabi-per-ritrovarmi, Tel Aviv-per-sentirmi-figa, Rwanda-per-piangere-dal-profondo, Praga-per-sentirmi-non-benvenuta, Atene-per-amare e tanto, tanto ancora fino all’odierna Riga.
Riga? Sì, Lettonia. Lettonia vicino alla Russia, ma non sia mai confonderla con essa. Non sono ancora riuscita a rispondere in maniera diversa a chi mi chiede dove sia finita: questa terra la conoscono in pochi, perché è ad Est. Non l’Est estremo, affascinante e pieno di mistero come la Cina o il Giappone. Bensì l’Est europeo, quello meno cool e scomodo dell’ “Oddio entrano in Europa quelli con la fedina penale ex comunista”.
Nuova meta, nuova metà. Stranamente straniera. Quasi naturalmente straniera – Calvino mi piace molto, si è inteso chiaro e forte. Sono arrivata in una città dove si dice che se un cinese entrasse in un ristorante cinese non riconoscerebbe i piatti cosiddetti tradizionali perché a cucinare sono lettoni; dove all’ufficio immigrazione non è scontato poter parlare inglese; dove ero praticamente l’1% – ora il 3% – degli stranieri, “quelli strani veri”. È la capitale dove all’indomani dell’89, metà della popolazione è diventata straniera. Questa città ha, come me, una metà sconosciuta: è la sua metà russa che dopo quel muro abbattuto non sapeva cosa fosse: lettone o russa, comunque straniera a l’una e l’altra senza essere apolide.
Lasciando alle parole il vero senso che devono avere, è come se all’indomani della divisione tra Italia del Nord e del Sud, il “sudista” che vive al Nord non sapesse più cosa essere, non potendo più definirsi italiano e il rumeno, lo spagnolo, inglese, georgiano o chiunque altro, si sentisse paradossalmente, tutto d’un tratto, meno straniero dell’ex-italiano.
Ho capito che non sono solo le persone ad avere una metà altrove, anche le città ne posseggono una. La mia metà vive altrove. Già, ma ora non è più la metà sconosciuta a vivere altrove, bensì l’altra, quella “allo scoperto” italo-barese. Già, è lei a sentirsi straniera da qua su … e credetemi, anche le mie metà nutrono pregiudizi l’una verso l’altra. Diffidano l’una dell’altra, ma diffidano anche da chi dice di non aver bisogno di andare altrove per capirsi.
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